Interview #19

Adi Haxhiaj

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Adi Haxhiaj (Tirana, 1989) ha studiato presso l’Accademia di Brera (Milano). Il suo lavoro è stato esposto presso National Gallery of Arts (Tirana); MAC – Museo d’arte contemporanea (Lissone); PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea (Milano); Palazzo Grimani (Venezia); Pinacoteca di Hangzhou (China); Galleria Fab – Galleria Miza (Tirana); Galleria San Fedele (Milano); Villa Contemporanea (Monza); Assab One (Milano); Dimora Artica (Milano); Yellow (Varese); Edicola Radetzky (Milano).

Mi racconti della tua serie di lavori Studi dal vero?

Il lavoro iniziò pressappoco quando decisi di vivere nello studio che un caro amico mi concesse. Non ho mai avuto uno studio, per cui il fatto di averne improvvisamente uno mi entusiasmò molto, fino al punto da volerne fare il soggetto di un mio quadro. Studio di J.L.S.H.J. (2015) ne fu il risultato. Purtroppo un quadro ne provoca sempre un altro, e iniziai così un vagabondaggio, che continua tutt’ora, all’interno di altri studi. Amici, conoscenti ma anche sconosciuti.

In cosa differisce quest’ultima serie dalle precedenti?

Anzitutto nei lavori recenti il quadro, che per me rappresenta il luogo dell’apparizione, viene posto di fronte al soggetto e dipinto in quello stesso ambiente. Lo scarto con la serie precedente sta nell’approccio, più sistematico negli O.T. (2014) in cui il paesaggio che circonda l’oggetto viene documentato attraverso la fotografia – modello al quale mi rivolgo successivamente, durante l’intervento pittorico lontano dal luogo del prelievo; empirico negli Studi dal vero, basato sull’osservazione diretta e senza filtri del mondo.

Quando abbiamo visto questi lavori ti sei soffermato su come quest’osservazione sia influenzata dal punto di vista e dall’uso di ‘maschere’.

Un altro aspetto rilevante è infatti nella matrice in cui l’immagine si inserisce. Per matrice non intendo la superficie in cui appoggio la pittura: matrice è la forma in cui l’immagine dipinta si manifesta sulla superficie delle cose, sta sopra la loro pelle, come la corteccia sta sopra il tronco, come la crosta coagulata sta sopra l’epidermide. Negli O.T. la matrice ha un aspetto liquido, proviene dalle pozze d’acqua. L’oggetto trovato riflette, proprio come gli specchi d’acqua, ciò che sta all’esterno. Al contrario, negli Studi dal vero, la matrice fa scaturire dalle lacune, intese non solo come porzioni mancanti in un affresco, ma anche come solchi sulla pelle, come spazi aeriformi, fuga di vapori della Vecchia lavanderia vicino Binckhorstweg.

Adotti un approccio particolarmente processuale alla pittura.

Il metodo che impiego durante la realizzazione dei lavori è eterogeneo, proporzionato al mezzo. In Ricordanza, (2012) memoriale fotografico del presente, il processo è antecedente e segue un andamento rigido. Le fotografie vengono giornalmente elaborate e archiviate sempre alla stessa maniera. Trattandosi di un lavoro in divenire, tra memoria individuale e collettiva, ho stabilito delle regole che permettono ad esso di proseguire senza intralci. Tutt’altro discorso quando si tratta di pittura. Essa sfugge ad ogni ipotesi. Mi limito soltanto a definire alcune prassi pre-pittoriche come la costruzione del telaio, la preparazione del supporto, la scelta delle matrici e la loro disposizione spaziale, metodologie in continua trasformazione. La preparazione serve esattamente a prepararmi a dipingere, ma una volta incominciato, la pittura si rivela in perpetuo divenire davanti alle cose ed ogni azione risulta imprevedibile. Se così non fosse smetterei immediatamente di dipingere.

Esiste qualche direzione di senso del tuo lavoro da ricercare nella tua biografia?

Ho avuto un’infanzia felice malgrado il clima che si respirava a Tirana negli anni ‘90. Trascorrevo le giornate in cima agli alberi in compagnia di molti amici in quel paese delle meraviglie in cui si inganna il tempo da bambini. Imparare a vedere è il tirocinio più lungo in tutte le arti, diceva Edmond de Goncourt, e questa pratica inizia da piccoli. Le cadute, le soglie da attraversare con coraggio inconscio, la trasparenza delle foglie rivelata dalla luce del sole. I suoi occhi così simili ai miei. Il bambino è una creatura che vede l’aperto, anche se solo per un istante. Il desidero di rievocare quello spazio puro è sempre presente nel mio lavoro e questa immagine è legata indubbiamente alla mia infanzia.

E la pratica di visione quotidiana è in qualche modo cambiata da quando vivi qui?

La vita nelle grandi città impone un cambiamento visivo con il quale purtroppo o per fortuna bisogna fare i conti. L’incidente è sempre in agguato. A parte gli scherzi, ciò a cui tengo particolarmente non è semplicemente vedere ciò che mi circonda ma sentire il mondo con gli occhi. Questo comporta un approccio qualitativo e non quantitativo. Il tempo trasforma ogni cosa e lo sguardo di quel bambino è certamente mutato, ma ci sono immagini legate alla mia infanzia che mi rimarranno dentro per tutta la vita.

Ci sono artisti contemporanei che segui, o le tue ispirazioni partono necessariamente dal passato?

Mi soffermo su coloro che hanno superato la prova del tempo e delle mode. Nessun artista contemporaneo è riuscito finora a darmi la spallata mantegnesca. Nemmeno Michaël Borremans, che reputo un eccellente pittore. Non c’e nulla di nostalgico in queste parole rivolte al Mantegna, non è un omaggio ai piedi di un monumento, ma solamente un’indagine su qualcosa che non si e concluso e mai si concluderà.