Interview #67

Alice Pedroletti

Alice Pedroletti (Milano, 1978) ha vissuto e lavorato in Olanda, Stati Uniti e in Cina. Il suo lavoro è stato esposto presso Mostyn, HE.RO Gallery, Galleria Nazione del Kossovo, Time Art Museum (Pechino), Istituto Italiano di Cultura (Bruxelles), A+A Gallery (Venezia), Museo Michetti, Frigoriferi Milanesi, Marignana Arte, NContemporary (Milano), Pigeon Key Foundation (Florida), Platforma Mnac (Bucarest), Fondazione Bandera (Busto Arsizio). 

Il tema dell’archiviazione è centrale nella tua pratica, fin dai tuoi primissimi lavori.

Ho iniziato da piccola a maneggiare macchine fotografiche, negativi, diapositive. La ripetizione del gesto dello scattare, la conseguente catalogazione e la successiva stratificazione del pensiero in legame all’immagine, come anche dell’analisi della realtà indagata con l’immagine, mi influenzano da sempre. Oggi uso la fotografia come punto di partenza per quasi tutti i miei lavori, molti dei quali ineriscono all’archiviazione come strumento, come pratica appunto. L’archivio come luogo e contenitore di informazioni è diventato una forma mentale di approccio ai progetti. Genero, manipolo e uso archivi per arrivare ad altro, creandone di nuovi nelle fasi di ricerca, senza mai impiegarli per quello che sono: diventano soggetti per un approccio analitico, scompaiono a loro volta archiviati e si svelano attraverso le opere.

Pensavo in particolare a Frigido, lavoro del 2013 in cui hai utilizzato l’azoto liquido per esplorare le alterazioni molecolari su un archivio di negativi.

In Frigido indago l’archivio come insieme – possibile e mutevole – di esperienze, emozioni ed eventi che, ormai passati e superati, necessitano di una trasformazione, di un’evoluzione. Il problema della fisicità dell’immagine, che è parte centrale della mia ricerca e che in questo lavoro si manifesta fino al frammento considerabile “polvere”, è strettamente collegato alla necessità di capire cosa sia effettivamente un archivio e cosa possa rappresentare uscendo dalla sua forma classica e convenzionale.

I tuoi progetti sono stati influenzati dalla geografia, portandoti a delle riflessioni su territorio, urbanistica, architettura. Sono argomenti che ti hanno sempre interessato o ai quali ti sei avvicinata spontaneamente, nel corso del tempo?

Tutto nasce da un altro tema spesso centrale nei miei lavori, la casa: qualcosa di intimo e personale che cerco di ricreare con una ripetizione metodica, ossessiva, bivalente. Da un lato c’è un ricordo, un’idea, un’identità, dall’altro ci sono la fisicità degli oggetti che si trovano all’interno, i materiali con cui è costruita, la struttura stessa, la sua architettura. All’inizio usavo oggetti di famiglia, poi con il tempo ne ho impiegati di altri, tutti con la stessa caratteristica, ovvero che fossero abbandonati, dimenticati, smarriti. La cura e l’analisi della funzionalità persa, dello scarto, della memoria, mi hanno spinta a contrapporli ad un’eventuale architettura che potrebbe derivarne se venissero ingigantiti. Così l’architettura diventa una porzione di un territorio che isolo e analizzo come un oggetto, e il territorio geografico prende la forma di un enorme archivio che contiene tutto questo. Le cartografie che realizzo toccano la sfera sentimentale dei luoghi; considero l’architettura qualcosa di vivo, che si manifesta all’uomo in modo inaspettato, nel tentativo di diventare altro al di là della forma decisa. Nei miei lavori c’è una ribellione alla forma, un’evoluzione, la costituzione di un nuovo insieme partendo da frammenti sparsi. E si ritorna così all’archivio.

Una ribellione alla forma che però è molto sintetica e attenta alla composizione, in modo quasi metafisico, o feticista. Come descriveresti la tua fascinazione per determinati materiali?

I materiali che scelgo (o gli oggetti) rappresentano una condizione che può essere fraintesa costantemente: carta, vetro, pellicole fotografiche, marmo, cemento, ma anche acqua e luce. Sono tutti materiali che attraverso un’indagine analitica rivelano un’altra immagine di sè, mentre le forme che ne derivano sono un’ulteriore riflessione sulle potenzialità dell’oggetto lasciato libero di essere tale. Li scelgo e combino in un costante esercizio di comunicazione tra un esterno e un interno, entrambi mutevoli e slegati. Un tentativo di ricostituzione di una forma unica, che spesso in realtà è la rappresentazione di un pensiero, di un’idea, come un rebus.

Da un paio di anni stai lavorando a Study for a sculpture (prototypes for an organic city), come si sta evolvendo questo progetto?

Study for a sculture è il punto di unione di tanti, e differenti, aspetti della mia pratica: serialità, archiviazione, architettura, scultura, fotografia, matrice. É nato come storyboard di un video che non ho ancora fatto, e chissà se mai lo realizzerò. Proprio questo spazio di continua ricerca, verso un’opera che non esiste, è l’evoluzione stessa del lavoro. Come un tentativo costante di raggiungere una successiva forma espressiva, che analogamente avviene nella forma dei prototipi che la fotografia ferma. La prima unità di lavoro si contraddistingue per un approccio teatrale all’oggetto e alla sua immagine. La dimensione in cui vivono le sculture è dotata di maggiore fisicità e le fotografie sono un ritratto perfetto dell’attimo in cui avviene una piccola, ma significativa, azione. Io le definisco come attori su un palcoscenico che recitano un monologo. Nell’insieme non manca una porzione fotografica più analitica, propria dei materiali (carta, elastici, plexiglass), che lascia il debito spazio per la libertà interpretativa e strutturale che i miei prototipi, in quanto architetture, hanno e necessitano.

E la seconda serie di opere?

La seconda serie, conclusa qualche mese fa, ha invece un’immagine più pulita e quasi ambigua. Non è chiaro se si tratti di fotografie o di rendering, perché scelgo di usare un linguaggio apparentemente più vicino al design e all’architettura, anche se tutto è sempre riconducibile all’idea di “segno”.

Nel 2015 hai fondato ATRII, un’associazione culturale che “indaga, attraverso l’arte contemporanea, il concetto di atrio o androne da un punto di vista processuale e teorico”. Com’è nato questo progetto?

ATRII è nato dalla necessità, condivisa con molti miei amici e colleghi, di creare uno spazio di lavoro progettuale dove l’artista è libero di ripensare, rimodulare, rivedere costantemente nel tempo il proprio lavoro, soprattutto quando “vive” in un archivio, luogo in cui erroneamente si pensa tutto sia fermo. Il progetto approfondisce il luogo dell’atrio come spunto di riflessione per una possibile relazione con gli abitanti, con la funzionalità stessa dell’architettura, con il pubblico, con i materiali del luogo. Si svolge attraverso laboratori di ricerca, workshop, residenze e dopo quattro anni è diventato metodologia di confronto, di lavoro, di condivisione. A volte lo definiamo come un’utopia possibile e su questa idea stiamo lavorando: se ogni palazzo ospitasse un artista le nostre città offrirebbero molto non solo in termini culturali, ma anche economici. Un modello alternativo, non in competizione, a quello classico delle gallerie e dei musei. Per questo è nato prima come marchio e poi è diventato associazione culturale.

ATRII ha creato l’occasione per relazionarsi con la Cittadella degli Archivi di Milano. Cosa ha aggiunto alla tua esperienza?

L’Archivio Aperto di ATRII, conservato nell’Archivio Civico di Milano, è un contenitore in cui alcuni artisti sono invitati a depositare un progetto che potrà essere realizzato in futuro. Volevo che le nostre idee, così come la mia idea di archivio “vivo” da cui è partito tutto, si perdessero nel tempo e vivessero a contatto con i progetti storici e contemporanei dei palazzi della mia città. Volevo depositare un’opera che parlasse alla collettività, farne una mia avrebbe avuto poco senso, anche se alla fine è un’estensione della mia stessa pratica. A me sta permettendo di avere un approccio diverso all’arte e alla progettualità in ambito culturale. Vedi dall’interno quanto lavoro sia possibile fare quando trovi un giusto interlocutore; capisci anche quanto la struttura burocratica, soprattutto in Italia, sia complessa e non sempre idonea ai progetti culturali. Ci vuole pazienza, professionalità, semplicità.