Interview #26

Allegra Martin

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Allegra Martin (Vittorio Veneto,1980) ha studiato Architettura presso l’Università Iuav (Venezia). Il suo lavoro è stato esposto presso Die Photograpische Sammlung/SK Stiftung Kultur (Colonia), Istituto Italiano di Cultura (Copenhagen), Istituto internazionale di Architettura i2A (Lugano), Breadfield (Malmo), Fondazione Forma per la Fotografia, Viasaterna Arte Contemporanea, Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea e Fondazione Francesco Fabbri (Milano), Galerie f5.6 (Monaco), Triennale, Maxxi, Macro – Museo di Arte Contemporanea (Roma), Biennale di Architettura (Venezia).

La tua formazione è iniziata a Venezia con un corso di architettura, e dopo una tesi di laurea sul paesaggio veneto è virata spontaneamente verso la fotografia. In che modo questi elementi coesistono tuttora nel tuo lavoro?

Fin dall’inizio dei miei studi in architettura, spinta dalla curiosità e dalla necessità di ‘costruirmi’ un mio percorso, ho frequentato corsi presso la facoltà di arti visive e cercato altre occasioni al di fuori del mio corso di laurea. Se allora non capivo bene come mettere insieme tutte queste esperienze, oggi mi rendo conto che tutto ha contribuito a formare quello che sono oggi, e di conseguenza a nutrire il mio lavoro.

Prima abbiamo parlato della ricerca di un registro, un linguaggio: in origine la tua pratica aveva un approccio fortemente introspettivo e personale, in cui la rappresentazione dell’esteriore, geografico ed architettonico, era in verità la proiezione di un’analisi interiore.

Oggi mi concedo maggiore libertà, cerco di avere meno ‘sovrastrutture’. Penso che il linguaggio si sviluppi, ci si appropri della tecnica, ma che in fondo si ricerchi sempre il senso di noi stessi nel mondo. La fotografia, anche il disegno per esempio, sono tentativi per decifrare il mondo (come un sistema di segni)e l’immagine di esso in noi stessi.

Quali sono i tuoi fotografi di riferimento?

Sicuramente la fotografia americana ha avuto un forte impatto nella mia formazione, da Walker Evans a Edward Rusha, e poi Eggleston, Baltz… Tra i fotografi italiani, Guido Guidi è certamente sempre stata una figura di riferimento, il cui lavoro ammiro moltissimo. Ma anche tantissimi altri:Wolfgang Tillmans, Jürgen Teller, Nan Goldin, Larry Clark. Forte impatto nella mia formazione hanno avuto anche il cinema e le produzioni visive nate in un ambito di ricerca legata all’architettura, per esempio l’immaginario visivo prodotto da Archigram, Archizoom, Superstudio.

Citando Derrida, mi hai detto che il tuo lavoro ora ruota prevalentemente intorno ai temi di decostruzione e detour…

L’idea di detour intesa appunto come deviazione, è molto importante nel mio lavoro: quando esco a fotografare, spesso stabilisco un itinerario o un’aerea, ma poi mi piace perdermi, uscire dal percorso, imboccare un cammino imprevisto. Quando giro in macchina a fotografare mi perdo sempre! La fotografia è un incontro, è lasciarsi sorprendere dall’imprevisto. La decostruzione di cui parlavo è la possibilità di dare sempre nuovi significati al proprio lavoro, abbandonando un significato totalizzante in favore di una disseminazione di senso. Ogni fotografia è un mondo di possibilità, di significati, traccia un’esperienza.

Il concetto di digressione riguarda il tuo lavoro a tutto tondo, influenzando anche la tua pratica di visione e di sviluppo. In diverse serie il soggetto del lavoro non compare mai nelle foto, ma viene raccontato attraverso l’ambiente o le dinamiche di cui fa parte…

Proprio perché il ‘tema’ di un lavoro per me è solo un pretesto per ricercare attraverso la fotografia qualcosa nel mondo che mi circonda, il ‘soggetto’ diventa secondario. Ciò che per me è importante è l’incidente che avviene, ciò che si incontra mentre si cerca altro.

Negli ultimi anni hai preso parte a progetti legati al lido romagnolo, le ex basi militari NATO, le infrastrutture calabresi, la TAV. Vista l’attenzione per elementi e dettagli urbani, cosa ti interessa della città in cui hai deciso di stare?

Milano è un’ottima base, una città complessa e in cui convergono varie energie. Nonostante non mi senta ancora completamente a casa in questa città, qui ci sono tanti amici,possibilità di confronto, spazi diversi, stimoli. Milano è difficile da fotografare, ma è un ottimo posto dove ‘appendere il cappello’ e partire ad ogni occasione utile. La provincia, i luoghi non troppo connotati mi attirano molto.