Interview #53

Canedicoda

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Giovanni Donadini (Treviso, 1979) ha studiato presso l’istituto Psico-Socio Pedagogico (Treviso), la Scuola Internazionale di Grafica (Venezia), un corso sui linguaggi non verbali (Treviso). Ha esposto il suo lavoro presso Live Arts Week (Bologna); Galleria Patricia Armocida, Istituto Svizzero, Le Dictateur, Marsèlleria, Plusdesign Gallery e Viafarini (Milano); Orto Botanico e Von Holden Studio (Palermo).

Come e quando hai iniziato a disegnare?

Non ho una data precisa, ma ricordi dai contorni piuttosto sfocati. Penso fosse una necessità collegata al perpetuare il senso di gioco o a semplici espressioni di fantasia. Intendo il disegno come una pratica di pensiero plastico, non esclusivamente collegata a carta e matita.

Poi ti sei avvicinato alla serigrafia: poster, magliette, copertine per dischi. Come si è evoluto questo passaggio dal segno alla stratificazione?

Vorrei curiosità costruttiva e partecipazione emotiva in tutto quello che faccio. L’evolversi di contenuti, tecniche o contesti è legato a necessità di crescita ed è frutto dell’interscambio tra una costante fermentazione interiore di desideri e la cruda possibilità di realizzazione mediate dalla volontà del mantenere un’etica personale.

Sei sempre stato vicino alla musica, e ad oggi hai all’attivo diversi progetti: Ottaven, il tuo progetto solista; Arbre Du Ténéré, in collaborazione con Maurizio Abate; Fantamatres con Sissy Biasin, Primorje con Matteo Castro…

Quello con Maurizio è per me un ottimo format e sono ben felice dell’equilibrio che ha trovato anche dal vivo con l’inserimento del visual. Ci sono temi su cui improvvisare e si riesce a passare armonicamente tra ambienti confortevoli e situazioni più libere. Stefano Biasin invece è per me un vero poeta. Ogni cosa con lui è fragile ma pungente, drammatica ed intensa, paradossale ed accomunante. Mi dispiace sia un rapporto singhiozzante e a distanza. Matteo Castro è un amico di lunga data e si è cercato di ottimizzare; ne è risultato un rapporto sonoro molto asciutto: utilizziamo solo due mixer, due multitraccia a cassetta e varie loop tape.

Oltre alla musica, il tuo mezzo di sperimentazione principale è l’abbigliamento. Hai iniziato serigrafando le tue grafiche su t-shirt, mentre ora realizzi interamente i tuoi capi, seguendo la selezione dei tessuti e il design dei modelli, che ora sono anche svincolati dal disegno. Si può dire che questo percorso tenda gradualmente alla sottrazione?

Forse più alla somma? Ricordo come nel momento in cui decisi di esporre dei capi di abbigliamento cominciai a riflettere sugli spazi e da lì a costruire elementi di arredo e quindi a dover aggiungere strumenti o tecniche. Si sottrae nel senso che si toglie tempo e si cerca di affinare il pensiero e il movimento al fine di concretizzare con meno. Ciò non sempre è bello ma è anche specchio dei tempi.

Ti sei trasferito a Milano nel 2011, cosa ti ha portato qui?

Credo fosse tardo 2011. Ci sono arrivato per necessità di crescita e di confronto. Insieme a Mirko Rizzi della Marsèlleria si era pensato ad uno spazio piccolo ed accogliente, una sorta di negozio dove far convogliare abiti, arredo, musica e quant’altro ci piacesse. Da quell’esperienza poi si sono velocemente sviluppate altre relazioni lavorative e non.

Da anni lavori con Marsèll, e quando ti sei trasferito a Milano hai aperto Gabbianacci in collaborazione con Mirko Rizzi. Cos’era Gabbianacci, e com’è andata quella collaborazione?

Ecco, è stata un’ottima esperienza dove sperimentare e riflettere sugli spazi. In circa un anno di attività abbiamo rivoluzionato drasticamente almeno 7 volte l’ambiente. Ogni giorno entravo e vedevo elementi che potevo trasformare. Ho scoperto e potuto praticare il legno. Con materiali spesso poveri credo di aver visto e gioito di personale senso di bellezza o funzionalità. Forse economicamente è stato un po’ un suicidio però sono sicuro sia stata per tutti un’ottima fucina di scambio.

Condividi lo studio con Legno, e insieme a Stefano Rossi organizzi concerti sotto il nome di Piattaforma Fantastica, a volte proprio all’interno vostro studio. Com’è nata questa sinergia?

L’amicizia è per me un valore molto importante e sono consapevole di quanto gli equilibri siano magici e delicati. Condivido con Stefano una passione per il suono e l’espressione musicale ma c’è anche una forte necessità alla socialità. Con Piattaforma Fantastica cerchiamo la corrispondenza tra musicista ed ambiente. Ogni concerto per essere vivo e trasmettere calore avrebbe bisogno di uno spazio specifico. Non è un lavoro, i soldi servono ma non vorremmo legarli troppo alla musica. Facciamo quello che possiamo e trovo molto sano e saggio saper rinunciare.

Il tuo lavoro è molto ibrido e si snoda attraverso più media, che vengono condivisi e fruiti nei contesti più disparati. A Milano hai quindi avuto occasione di confrontarti con l’ambiente dell’arte, della moda, del design e della musica indipendente: che percezione hai della panoramica culturale locale?

Milano è molto funzionale. C’è tanta fame di attività, di proposte, di idee. La gente vuole spesso più che altro presenziare – con tutte le dinamiche facili e se vogliamo criticabili – ma se uno si muove veloce e slegato ci sono ottime possibilità. A me piace, è impegnativo, c’è sempre da correre e si possono ottenere risposte. Non ho voglia di critiche gratuite. Credo sia così bello poter vivere dei risultati del proprio pensiero e qui lo sto facendo.