Interview #11

Dafne Boggeri

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Dafne Boggeri (Tortona, 1975), ha frequentato le residenze Fondazione Ratti (Como); The Mountain School of Art (Los Angeles); Les Récollets (Parigi). Il suo lavoro è stato esposto presso Villa Romana (Firenze); Palazzo Re Rebaudengo (Guarene d’Alba); FormContent (Londra); Circuit (Losanna); Istituto Italiano di Cultura (Marsiglia), Marsèlleria, O’, Careof e Centre Culturel Français (Milano); De Garage (Mechelen); Le Plateau e Galerie Michel Journiac/Sorbonne (Parigi); Tensta Konsthall (Spånga); GAM (Torino); Les Complices (Zürich).

Il tuo passato si divide tra ginnastica artistica, basket, graffiti. Cos’altro si può dire sulla tua formazione?

Che sono sopravvissuta anche quando Madonna si è rifiutata di firmarmi l’autografo. Lì ho capito che il concetto di potere e gerarchia mi interessavano in quanto dimensione di conflitto.

Sei stata una dei primi writer in Italia e una delle prime donne ad esplorare questa pratica. Hai detto “Al tempo non c’era internet, e la cosa che mi interessava di più erano i treni, per mandare in giro quello che facevo.”: a tanti anni di distanza, quanto pensi che ti abbia influenzato quest’esperienza?

È stata importante come palestra per osservare. Di quel periodo ci sono molte immagini che rimangono ma un solo suono. Il ritmo ipnotico del chewing gum dei gruppi di ragazze con le quali dividevo lo scompartimento nei treni che prendevo per andare a dipingere. All’andata l’ultimo della sera e al ritorno il primo del mattino. Un beat box insistente che accompagnava tutta la fase REM.

Sei parte fondante del collettivo Tomboys Don’t Cry, che dal 2011 è una delle realtà LGBTQ più attive di Milano: com’è nata questa realtà?

Tomboys Don’t Cry è nato in collaborazione con Dj S/HE. È un’evoluzione di precedenti esperienze, con Pornflakes Queer Crew e con altre realtà, fra le quali il Pulp di Parigi, Foleffet, LTTR. Cerchiamo di coinvolgere un pubblico aperto e spazi capaci di abbracciare un’identità fluida. Cerchiamo di dare la possibilità di essere intercettat* per caso, attraverso flyer e passaparola. Confidiamo che le persone sbagliate nel posto giusto possano cambiare la geometria delle esperienze, creando forme nuove. Come nel 2012 con il Nails Bar allestito al Mono. Inizialmente nessuno osava avvicinarsi per farsi decorare le unghie, ma è stato un momento che ha generato incontri preziosi. Rispetto alla sigla LGBTQ c’è chi vorrebbe accorciarla e chi invece estenderla almeno quanto l’alfabeto cambogiano. Per me è completa così: LGBTQIXYZ.

Tra le tue iniziative, le più rilevanti a livello locale sono state realizzate insieme all’organizzazione no profit e project space O’: come si sono sviluppate queste collaborazioni?

Quando Sara Serighelli mi ha chiesto di pensare ad un progetto per il 2012 le ho proposto un calendario di date che avrebbero occupato la durata di una sera, per ogni notte di luna piena dell’anno, 13 in tutto. Così è nato FULL MOON SALOON. Mentre per SPRINT, avendo partecipato all’estero ad eventi che mi avevano colpita per qualità dei contenuti, attitudine ed etica organizzativa, quando O’ si è dimostrato interessato ad affrontare l’avventura condividendone la visione.

Che cos’è stato FULL MOON SALOON?

È servito per esorcizzare un anno che iniziava in modo complesso (complici anche i Maya), per il quale avere una mappa delle 13 lune è servito per dare un rigore alla mia ricerca e disegnare una trama di collaborazioni che hanno sostenuto tutto il percorso. In ogni episodio si è esplorato un mondo, la mia pratica si è ancorata a questa struttura generando lavori che hanno accompagnato le tappe. Hanno contribuito: Princess Century, RIKSLYD, Ylva Falk, Carlos Giffoni e Big Muff – Key Lime High, Molly Nilsson, Sonja Cvitkovic e Michaela Meise, Barokthegreat, Busy Gangnes, Pauline Boudry e Renate Lorenz, Simona Rossi, Eileen Simpson e Ben White, Maria & The Mirrors, Derek Jarman in spirit, Verity Susman, Adele H, Golden Diskò Ship e Jasmina Maschina – Invisible Show, Sara Leghissa e Daria Menichetti, Bestialo Culapsus, Blood Becomes Water, Jessica Gaudino, Debrouiller, Studio Lent, Mino & Annette, Camilla Candida Donzella, Tipografia Testamento, Alfa60 e Cripta 747, Diorama Magazine, NEO BATIK, DW2<3<38 - Derek Di Fabio e Isa Griese, Sequoyah Tiger, Isamit Morales, TISANA.

SPRINT invece è un salone di editoria indipendente e d’artista che ha raccolto sia contributi internazionali che partecipazioni locali, in particolar modo delle realtà del quartiere Isola…

Credo che a Milano mancasse una manifestazione che si focalizzasse in modo etico e visionario sull’editoria indipendente e d’artista. Senza stringere troppo il segmento ma neanche aprirlo in modo casuale. Offriamo ai membri di questa comunità un contesto nel quale si possa mantenere un’integrità e una voce critica, in relazione anche a fattori esterni (il mercato, la gentrificazione, la comunicazione). Per le realtà selezionate lo spazio è gratuito nella fiera, un modo per sostenere la produzione artistica. Commissioniamo ad hoc l’immagine del poster-catalogo che accompagna l’evento e con la rassegna BLADE BANNER diamo la possibilità agli artisti di realizzare un multiplo, entrando così a far parte dell’omonima collezione.

In generale si può dire che il tuo operato si sdoppi tra attività artistica e curatoriale. Cosa ti spinge ad ibridare ciò che fai?

Mi è stato detto che il mio percorso desta sospetto. Lo interpreto come un complimento.