Interview #1

Delfino Sisto Legnani

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Delfino Sisto Legnani (Milano, 1985) ha studiato presso il Politecnico di Milano (Milano). Ha esposto il suo lavoro presso Victoria & Albert Museum e Design Museum (Londra); Il Crepaccio, Palazzo della Regione Lombardia, Pomo Galerie, La Triennale di Milano e Galleria Twenty14 Contemporary (Milano); Chamber Gallery (New York); Farenheit 39 (Ravenna); SI Fest (Savignano); 12° e 13° Biennale di Architettura e 14° Mostra Internazionale di Architettura (Venezia). Il suo lavoro è inoltre apparso su numerosi quotidiani e magazine, tra i quali Domus, Abitare, Elle Decor, Vogue, ICON, Apartamento, Mousse Magazine, Wallpaper, rivista Studio, Living, La Repubblica e Corriere Della Sera.

La tua casa e il tuo studio sono pieni di oggetti: minerali, ceramiche, tessuti. Sei un collezionista interessato a diversi media e materiali, che spesso incroci nelle tue produzioni: che cosa caratterizza il tuo processo di ricerca e produzione?

La ricerca, lo studio e l’organizzazione dei materiali che raccolgo sono una parte fondamentale del mio processo creativo. Si tratta di una mia caratteristica che percepisco quasi come innata, probabilmente ereditaria. Per la maggior parte, raccolgo oggetti per il puro piacere di entrare in contatto con materiali, texture, odori etc. La finalità del mio lavoro di raccolta, infatti, non è mai la completezza o la ricerca della rarità, ma la possibilità di conoscere i materiali e di disporne per produrre accostamenti. La raccolta, l’organizzazione (per nulla scientifica) e l’esposizione attraverso accostamenti inediti sono anch’esse pratiche che fanno parte della mia modalità espressiva. Vivo questa sorta di collezionismo come un esercizio conoscitivo ed estetico, che rende la collezione o la raccolta di per sé un’opera d’arte, e dunque uno strumento di conoscenza.

E facendo un passo indietro, come ti sei avvicinato alla fotografia?

L’incontro, avvenuto nel 2010, con la straordinaria umanità e professionalità di Ramak Fazel è stato il momento in cui ho realizzato che non potevo ignorare la mia ‘vocazione’ e che dunque avrei dovuto lasciare il mio lavoro di architetto per dedicarmi alla fotografia.

Il tuo lavoro è a sua volta molto variegato: ti diletti tra dettagli e panorami, ritratto e astrazione. Qual’è il tuo fil rouge?

Il cambio di scala anche estremo è una costante nei miei lavori e progetti. L’accostamento di diversi punti di vista genera immagini che spaziano dal dettaglio al panorama, con l’obiettivo di guidare lo spectator in un percorso dinamico, dove i bruschi cambi di scala guidano la narrazione. Utilizzo questa modalità espressiva con l’intento di rappresentare la complessità della realtà, per rispondere alla necessità di rendere leggibile la complessità dei sistemi. È un grande sforzo di analisi e poi sintesi, che si concretizza in immagini spesso grafiche ed astratte, ma sempre reali.

Inoltre scatti con macchine anche molto differenti.

Penso che l’utilizzo di diverse apparecchiature fotografiche sia una necessità generata dalla ricerca di rappresentare sempre dei sistemi complessi. L’alternanza dei formati diviene funzionale al risultato che voglio ottenere. Anche il processo è influenzato dallo strumento: l’utilizzo di un banco ottico piuttosto che di una camera digitale è una scelta che influenza in modo radicale il processo e le tempistiche, che a loro volta determinano un differente risultato.

Hai lavorato per molti anni con Domus e con altre testate come Apartamento, Pin-Up, ICON, Abitare… Che cosa ti interessa della produzione editoriale?

Un altro filo rosso che unisce dal punto di vista progettuale i miei lavori, ma che li differenzia poi nell’esito, è la volontà di stabilire un rapporto osmotico con i soggetti coinvolti nella produzione. L’incontro con direttori illuminati, che permettono di avere un certo grado di libertà, ha dato luogo alle migliori esperienze professionali alle quali ho potuto lavorare. Come a Domus con Joseph Grima e Marco Ferrari mi è stato concesso di avere un certo grado di libertà, ho avuto quindi la possibilità di crescere molto e di esprimermi secondo la mia sensibilità. Ciò mi ha permesso di sviluppare un linguaggio, in campo editoriale, che tutt’ora utilizzo anche in lavori che non hanno nulla a che fare con il mondo dell’editoria.

Un’altra importante realtà milanese con cui hai collaborato è la Fondazione Prada, per la quale hai curato FRAGMENTS: un progetto fotografico che ha documentato la trasformazione del paesaggio urbano durante i lavori di costruzione. Sei nato in questa città, hai una formazione architettonica e sei particolarmente interessato allo sviluppo culturale e sociale; che cosa ha rappresentato per te questo progetto?

Lo straordinario team della Fondazione e la fiducia e disponibilità alla sperimentazione di Rem Koohlas e Miuccia Prada, che mi hanno permesso di lavorare e gestire in piena autonomia il lavoro, ha dato vita a un progetto del quale sono soddisfatto. Con l’aiuto di Marco Cappelletti ho potuto rappresentare secondo il mio gusto un cantiere che per sua natura esigerebbe degli scatti più formali. L’esito del progetto è un reportage dove la scala del dettaglio creativo flirta con viste più ampie e tradizionali.

Hai inoltre fondato MEGA, uno spazio dedito all’esposizione ma soprattutto alla sperimentazione.

MEGA è uno spazio di poche decine di metri quadri, ma dedicato all’esposizione di grandi progetti. Da qui il nome. Il progetto è nato dalla volontà di dare spazio alle libertà che comunemente gli artisti non possono prendersi nelle gallerie. Con Davide Giannella e Giovanna Silva proponiamo una programmazione serrata che alterna progetti curati e prodotti da MEGA ad altri momenti in cui accoglieremo progetti che ci paiono interessanti.