Interview #56

DISCIPULA

DISCIPULA (Marco Paltrinieri, Mirko Smerdel e Tommaso Tanini) è un collettivo fondato nel 2013 che lavora nel campo della ricerca visiva contemporanea, a collective operating in the field of contemporary visual research. I loro progetti sono stati esposti a Je Vous Propose (Zurigo), Istituto Italiano di Cultura (Belgrado), MLZ Art Dep Gallery (Trieste), format festival (Derby), Base (Milano), kunsthalle Graz (Graz), Galerija Kortil (Rijeka), Centre Photographie Genève (Ginevra).

‘DISCIPULA esplora il ruolo e gli usi delle immagini nel mediascape contemporaneo’, scrivete. Per raccontarvi, avete scelto l’espressione mediascape, rimandando immediatamente alle logiche e ai meccanismi che regolano la sfera mediale. È questa l’urgenza alla base del vostro lavoro?

Discipula non nasce come progetto artistico, bensì come casa editrice. Avevamo alcuni progetti in cantiere che avremmo voluto pubblicare in forma di libro (The Looking Game e H. said he loved us), e dopo qualche vano tentativo alla ricerca di un editore, abbiamo deciso di unire le forze, assecondando, se vogliamo, la nostra inclinazione al DIY – reduci della scena punk hardcore quali siamo! E così abbiamo avviato la casa editrice. Nonostante l’editoria ci piacesse, dopo poco abbiamo realizzato di non poterci ne volerci dedicare esclusivamente ad un’attività così complessa e dispendiosa. Così abbiamo deciso che Discipula si sarebbe trasformato in un progetto artistico in senso stretto.

Quindi le vostre strade si sono incrociate per via del punk? È il vostro milieu?

Sì, ci conosciamo da vent’anni, dai tempi delle scuole superiori, perché suonavamo insieme in un gruppo hardcore. Siamo andati avanti fino al 2003-2004, poi ci siamo persi di vista. Cinque anni fa ci siamo ricongiunti, a posteriori di percorsi formativi completamente diversi. Io sono l’unico ad avere una vera e propria formazione artistica, Marco ha studiato psicologia e Tommaso fotografia. Tornando alla domanda iniziale, le nostre esperienze si incrociano proprio nell’interesse verso l’immagine e il ruolo dell’immagine nel frame della società mediatica. Credo che, in questo senso, risulti chiara l’intersezione di arte visive, psicologia e fotografia…

Proseguendo cronologicamente, cos’è successo dopo questa breve fase di gestazione nell’ambito dell’editoria?

I primi lavori erano più assimilabili alle forme del documentario, poi ci siamo focalizzati sulle immagini come agenti sociali e infine è subentrato l’interesse relativo a ciò che avviene a livello inconscio. Uno dei nostri ultimi progetti, Promise Areas, partiva da una selezione di rendering utilizzati per pubblicizzare appartamenti di lusso. Si tratta di immagini fotografiche fittizie, completamente artificiali, difficilmente assimilabili alla fotografia, intesa in senso classico, cioè la rappresentazione di un soggetto esistente – o comunque della luce, di qualcosa di reale. Nella logica di queste forme di rappresentazione tutto questo non c’è più e le rende, se vogliamo, dispositivi più vicini alla pittura…

L’idea del soggetto rappresentato in sé.

Esattamente: per cui, quando osservi il rendering di un appartamento di lusso, o ancor meglio osservandone molti, arrivi ad accorgerti del ricorrere di una serie di cliché, di elementi costitutivi. Un esempio banale è quello dello skyline della città che spesso funge da background. Non è mai una rappresentazione dell’effettiva città in cui dovrà sorgere il progetto, ma è, piuttosto, lo skyline ideale di una città ideale. E così anche gli interni, che sono ideali e le persone, che assumono pose ideali e vestono un abbigliamento ideale. È tutto ideale e idealizzato.

Non vi sembra che esista un sistema di legittimazione di queste immagini e di precisi codici di produzione dell’immagine all’interno del sistema che poi le fa circolare?

Credo si tratti della legittimazione di un futuro che l’immagine cerca di prefigurare. È l’idealizzazione di una società che la singola immagine, nella sua potenza, riesce a rappresentare e far circolare. Un rendering, ad esempio, cerca di legittimare tutta la società che costituisce il contesto degli appartamenti di lusso, che crea quegli appartamenti e il loro immaginario.

Ho l’impressione che questo avvenga a priori della produzione dell’oggetto e della vendita in sé. È come se fosse la produzione d’immagini ad autolegittimarsi nel far riferimento ad un sistema e alle sue modalità di consumo.

In questi giorni, quasi per gioco, sto facendo ricerca sulle immagini dei robot poliziotto, dei robocop, un’immagine che nasce già negli anni ’80… su Google puoi trovare milioni di immagini di questo tipo. A Dubai e in Cina esistono robot deputati a svolgere mansioni di polizia, anche se al momento si tratta per lo più di fantocci articolati in maniera piuttosto grezza. Hanno la divisa e il cappellino. Quello cinese è meno ‘umano’ – e la cosa interessante del caso cinese è che quel robot si è letteralmente suicidato. Ad ogni modo, questo immaginario esisteva ancora prima di concretizzarsi nel reale e se tra dieci minuti vedessimo spuntare un vero robocop non ci stupiremmo, perché si tratta di un’immagine che è già stata ‘creata’.

Proseguendo in questa direzione, a proposito di tecnologia, controllo e futuro prossimo, potremmo parlare del progetto legato alla corporation Aura.

How Things Dream è un progetto nato due anni fa ed è tutt’ora in divenire. Si tratta, fondamentalmente, della costruzione dell’identità di una corporation immaginaria, Aura. Aura si occupa di raccolta ed elaborazione di big data, operando in settori come la domotica, la sanità, la sicurezza, la governance e l’istruzione. Attraverso la tecnologia, questa corporation privata va a sostituirsi alle organizzazioni pubbliche… nulla di nuovo. Per la prima fase di questo progetto, ci è bastato ricalcare lo scenario già esistente, ispirandoci alla California, a Google, evidenziando alcuni aspetti per renderli immediatamente intellegibili.

Trovo che questo sia un tratto ricorrente nella vostra ricerca: senza mai risultare divulgativi o ancor peggio didascalici, riuscite sempre a lavorare in maniera estremamente intellegibile. È un aspetto intenzionale? Vi interessa che il lavoro venga capito, che possa essere letto in maniera immediata?

Sì, ci interessa, così come c’interessa uscire dall’orto, dal circolino dell’arte contemporanea e della fotografia. Ci interessa lavorare all’interno della società, visto che lavoriamo con elementi che fanno parte della società. Per cui sì, così come facciamo anche mostre in luoghi non propriamente deputati all’arte contemporanea, così usiamo dei mezzi che non sono esclusivamente quelli dell’arte contemporanea. Per How Things Dream abbiamo cercato il più possibile di invadere e mimetizzarci nello spazio pubblico, con una campagna pubblicitaria all’interno di riviste e negli spazi pubblicitari della città, con il supporto di una vera agenzia che gestisce dei grandi pannelli led. Tutto questo ci apre al secondo step di How Things Dream, nel quale abbiamo immaginato che Aura stesse lavorando ad una tecnologia capace di leggere e visualizzare i sogni delle persone e restituirli tramite un software. Con tutte le questioni etiche che ne conseguono.

Il perché le persone siano disposte a cedere questo tipo di informazioni o possano addirittura auspicarlo è un punto che vi interessa?

Certo, c’interessa il perché e ci interessa capire quanto questo tipo di invasione della società, della tecnologia e del potere all’interno dell’inconscio delle persone sia già presente. Cioè leggere attraverso queste risposte quanto questa cosa sia già presente e quanto le persone siano già disposte a sottoporsi ad un controllo che va oltre il controllo fisico e diventa controllo epidermico.

Quali sono i vostri riferimenti teorici?

Si parte da Freud e Marx per arrivare a Mark Fisher e Morozov. Bifo. I soliti noti! Una cosa che mi ha appassionato ultimamente e che magari è un po’ meno conosciuta è questo libro che si chiama Il Terzo Reich dei Sogni, scritto da Charlotte Beradt, una psicologa ebrea tedesca che durante i primi anni del nazismo ha raccolto testimonianze di sogni influenzati dalla società a lei contemporanea. Il libro è stato pubblicato negli anni ’60 ed è interessante vedere come persone di estrazione ed orientamento politico molto diversi, si sentissero egualmente controllate nei loro sogni.