Interview #60

Filippo De Marchi

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Filippo De Marchi (Segrate, 1993) ha studiato presso l’Accademia di Brera (Milano). Ha esposto il suo lavoro presso Fabbrica del Vapore (Milano). Con BB5000 ha esposto presso 9a Biennale di Berlino (Berlino), Aldea (Bergen), Horizont Galéria (Budapest), Prairie (Chicago),  Galerie Tobias Naehring (Lipsia), Hotel Art Pavilion (New York), Bid Projects e Davide Gallo (Milano), Studio E1 (Parigi), Fondazione Baruchello (Roma), Platform Stockholm (Stoccolma).

Le tue sculture tra l’organico e il sintetico, tra il naturale e l’artificiale più tecnico, sono avulse da qualsiasi riferimento “biografico”, quindi proprio per questo ti chiedo: dove vanno cercati, se ci sono, segni della tua presenza? Ad esempio, mi raccontavi dei tuoi giochi da bambino, che, nel metodo, possono ricordare quello che continui a fare… 

Sicuramente non solo nel metodo ma anche nell’approccio, cerco di trattare queste sculture in modo più libero possibile e, in questo, mantengo un atteggiamento istintuale, lo stesso che mi muoveva da bambino a realizzare feticci e bambole. Questa componente molto ingenua è sopravvissuta all’interno della realizzazione dei lavori, penso possa essere considerata un segno della mia presenza. 

Che ricerca stai conducendo in questo momento? È un’esperienza principalmente visiva o testuale?

Reperendo e fruendo esclusivamente attraverso il web immagini e testi si potrebbe dire che l’esperienza della mia ricerca sia di carattere iper-testuale. Nella rete trovo difficile un’identificazione e, talvolta conseguente, distinzione di un testo o di un’immagine in sé stessi, mi appaiono come la medesima cosa. Non saprei dire quale dei due mezzi preferisco ne quale dei due può, meglio dell’altro, originare in me il pensiero di un lavoro, questa indecisione è specchio del mio apporto nei confronti della ricerca di contenuto ‘informativo’ o immaginativo all’interno di quello che faccio, più precisamente sto cercando di mantenere la mia ricerca in un ambito di immaginario contenutistico che spazi dalla bioingegneria al mondo videoludico.

Che ruolo svolge l’esercizio formale della superficie – o la speculazione sulla sua idea – nel tuo lavoro?

Tratto la superficie delle cose come materia indagabile, ecosistema navigabile o un guscio nel momento precedente la sua schiusura, ovviamente il tutto ha un carattere totalmente speculativo e presumibilmente allucinatorio.

Fai parte, come Giada e Giovanni su questo volume, di BB5000. Ci racconti di com’è nata questa collaborazione? 

BB5000 nasce nel 2369, a quei tempi io e Arcangelo Costanzo scandagliavamo i fondali di Giove alla ricerca di minerali per condire gli spritz, una sera a New Seul incontrammo Giada; lavoravamo insieme ad un catering per una associazione di beneficenza (Save Zombiedog), da quel momento abbiamo cominciato a viaggiare assieme per risparmiare sulle tratte lunghe, Giovanni e Francesco Costanzo non ricordo esattamente, credo fossimo a Bali o a Delhi – in ogni caso ci hanno risparmiato una fregatura al ristorante, e da quella sera è cominciata una solida collaborazione.

C’è stato un apporto singolare specifico di ognuno, alla creazione di quelli che sono stati i lavori in mostra, o la condivisione di un fine ultimo ha permesso uno stato di sparizione dell’ego totale a favore di quella di gruppo? Sapresti tracciare il tuo?

Sicuramente l’esperienza di Hyperrruin è stata unificante e, in occorrenza annullante per le personalità di  ognuno di noi, personalmente durante i mesi di progettazione e realizzazione della mostra non ho avvertito la sparizione del mio io quanto il graduale generarsi, maturare, di un ego esterno me nel quale concorro, una coscienza altra in condivisione con i miei colleghi, si può dire che quest’ultima ha generato i lavori presenti in mostra piuttosto che un nostro apporto singolare specifico. 

In che stato trovi, a partire dalla tua esperienza, la formazione artistica a Milano?

Milano ha rappresentato per me un campo base, una realtà accogliente fatta di relazioni e luoghi dai quali penso sarà difficile distaccarmi, nella mia formazione attuale e spero futura continuerà a essere presente come la città nella quale ho incontrato cari amici e colleghi, lavorato e viaggiato sempre partendo da qui, penso che Milano sia un po’ questo per chi ci abita e per chi la vive nel campo artistico e non: un punto di partenza, un posto dove ritornare.