Interview #39

Giorgio Di Salvo

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Giorgio Di Salvo (Milano, 1981) ha studiato presso lo IED (Milano). Tra i suoi progetti personali ci sono Brutto Posse, MASCVS, United Standards, VNGRD e le uscite Afroasia, Blacknuss, Enlarged, Stealth, Tabara, TATTOOS, VNGRD. Ha lavorato con Carhartt, County of Milan, Damir Doma, Diesel, Fantom, Nike, Stussy, UPPERCUT.

Le tue produzioni includono design, fotografia, musica. Cosa ti ha portato ad occuparti di tutte queste cose insieme?

Sono sempre stato affascinato da tutti questi mondi che sono inevitabilmente comunicati. Partendo dalla grafica ho esplorato i vari argomenti cercando un confronto. Sono molto pratico e concreto, quando mi appassiono a qualcosa generalmente dopo breve la faccio.

C’è un percorso particolare che ti ha portato a queste esperienze?

Mi sono sempre affacciato alle varie discipline da autodidatta, ho sempre creduto che esista un denominatore comune tra le varie attività, una logica di base che bisogna comprendere. Come un motore ha bisogno di benzina, una foto ha bisogno di composizione e una grafica di un layout. Partendo da questa visione è più facile comprendere le sovrapposizione tra le varie attività.

Lavori molto con la fotografia, sia per documentare i tuoi numerosi viaggi che per progetti realizzati in studio. Come ti sei avvicinato a questo media?

Ho sempre trovato la fotografia un linguaggio estremamente interessante per via della sua sintesi. Uno dei migliori amici è un fotografo ed attraverso lui, anni fa, ho iniziato ad apprendere i fondamenti. Penso sia stato un passaggio inevitabile, anche in funzione della mia passione per il viaggio, il poter documentare in maniera adeguata ogni luogo raggiunto.  

Così è nato Ethiopia, un foto diario di un tuo viaggio in Africa. Negli anni hai creato diverse pubblicazioni: sono tutte diverse, accomunate però da una notevole attenzione al dettaglio. Che cosa ti affascina del processo editoriale, spingendoti sempre a curare autonomamente le tue produzioni?

Ho sempre visto la produzione delle mie fanzine come il prodotto finale di un progetto. La componente artigianale è una cosa mi diverte molto curare: è bello trovare la formula che concilia al meglio contenuto e forma, dalla carta alla stampa passando per la rilegatura. c

Negli ultimi anni la globalizzazione culturale ha portato alla ribalta la fascinazione per l’esotismo ed un conseguente dibattito sull’appropriazione culturale, che interessa anche Milano.

La cosa che più mi piace è la consolidazione da parte delle nuove generazioni, figlie dell’immigrazione, delle proprie radici culturali. Ciò che fino a poco tempo fa era visto come un problema oggi, lentamente, è vissuto come un valore. Sono felice quando vedo i figli degli immigrati africani, arabi, sudamericani recuperare le usanze delle proprie famiglie e le condividono con i coetanei che crescono con una visione più completa rispetto alle altre culture.

Tra progetti come United Standards, collaborazioni con Vice, Damir Doma, Diesel e County of Milan, qual è invece la tua idea di brand?

I brand sono delle bandiere nelle quali le persone si riconoscono. Bisogna quindi dare dei punti di vista e comunicare una chiara idea di appartenenza ad una specifica tribù. Parlando qualche tempo fa con una persona che la sa lunga sulla moda, mi diceva: “fare un marchio è come quando suoni – il tuo dj set deve far ballare la gente ed esprimere la tua personalità – se la gente non si diverte vuol dire che hai sbagliato qualcosa”. Se la gente non ti riconosce, vuol dire che hai sbagliato qualcosa, aggiungo io.

A proposito di dj set: nel 2008 hai creato Brutto Posse, e in generale sei sempre stato molto attivo nell’organizzazione di serate e concerti a Milano. Com’è cambiato questo fenomeno nel tempo?

Abbiamo creato BP – eravamo in tre – perché al tempo non esistevano delle serate gratuite dove poter andare, spendere il giusto per bere ed ascoltare musica di diverso genere con la logica della ‘cameretta’. Da quelle prime sere al Connie Douglas la serata Brutto Posse si è spostata è cambiata, sono cambiate le persone ed cambiata pure la musica, ma lo spirito è sempre lo stesso. Per quanto riguarda le altre serate, posso dire di conoscerle quasi tutte e vedo che qualcosa sta succedendo: mi piace quando le cose si mischiano, mi piacciono le contaminazioni.

Nel tempo ti sei impegnato anche in progetti musicali più strutturati, come Afroasia. Di cosa si tratta?

È da qualche anno che mi sono avvicinato alla produzione musicale. L’approccio più naturale è stato quello con il sampling derivato anche dalla mia passione per la musica in generale e alla mia collezione di vinili. Con Marco Klefisch ho poi elaborato una sorta di teoria, relativa ad una stretta relazione tra grafica e sampling, al creare collage con immagini o con sample musicali, questo per dire che esiste uno schema che accomuna i due argomenti ed è per me stato implicito l’interessamento per la produzione musicale. Afroasia è costruito dal 90% da sample di musica folk, cercati tra centinaia di vinili acquistati negli anni.