Interview #50

Giovanna Silva

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Giovanna Silva (Milano, 1980) ha studiato presso il Politecnico di Milano (Milano). Il suo lavoro è stato esposto presso la 10° Biennale di Architettura (Venezia). Tra i suoi progetti personali ci sono Desertions, Narratives/Relazioni: Baghdad, Green Zone, Red Zone, Babylon e Orantes. È publisher di Humboldt Books e ha collaborato con Abitare, Domus, Doppiozero, San Rocco.

Sei la fondatrice di Humboldt Books, casa editrice specializzata in narrativa di viaggio che trae ispirazione dalle esplorazioni scientifiche del XVIII e XIX secolo. Quando è nata la tua passione per il viaggio? E in che modo l’hai poi associata alla fotografia, e infine all’editoria?

Ho sempre viaggiato fin da piccola, coi miei genitori, in posti direi alquanto esotici. Ovviamente ne ho sofferto, fino a una certa età. Volevo le vacanze al mare come gli altri bambini. Però a posteriori è stato il regalo più bello che potessero farmi. Perché per me viaggiare è riposarmi. Riposo la mente, e intanto cambio. Poi verso i trent’anni mi sono resa conto che quello che mi interessava era trasformare il viaggio in un progetto, e questo progetto aveva la forma di un libro.

Hai una formazione in varie discipline molto diverse tra loro: quali erano esattamente e come ti sei ritrovata a compiere questo percorso così insolito?

Fin da piccola ho sempre avuto la passione per l’architettura. Mi ricordo che progettavo e riprogettavo la mia stanza – e ci rimasi male quando i miei genitori coinvolsero un vero architetto per ridisegnare la casa, io a 5 anni già mi sentivo pronta a indossare un caschetto e seguire i lavori di demolizione – e poi pensavo che l’architettura mi avrebbe fatto viaggiare, scoprire nuovi mondi. Certo, capita a un architetto su un milione. Comunque ho studiato architettura, sono stati gli anni più belli della mia vita e ho imparato una cosa fondamentale: l’importanza del lavoro di gruppo nel progetto. Laureata in architettura, passato l’esame di stato, mi sono iscritta ad Antropologia. Mi mancava a quel punto uno studio più umanistico. E lì ho scoperto la narrativa di viaggio, con una tesi su Alexander von Humboldt, appunto.

Nel 2016 hai publicato Giappone 1970, Carlo Mollino, sul suo viaggio a Osaka per l’Esposizione Universale, che include tappe a Bangkok, Hong Kong, Tokyo e Kyoto. Mollino ha colto immagini di un Giappone fatto di donne, templi, giardini, pagode, ma anche di nuove architetture. Com’è nato il progetto di questa pubblicazione e in che modo sei affezionata al lavoro di Mollino?

Ho scoperto Mollino durante i miei studi all’università, è sempre stata una figura un po’ bistrattata dal mondo accademico, forse si definirebbe un outsider. L’unico a parlarne al Politecnico di Milano era Corrado Levi, che ha sempre avuto il coraggio di portare il nuovo all’interno dell’universo, spesso stantio, dell’università. L’ho riscoperto attraverso Fulvio Ferrari, di Casa Mollino, a Torino, per il progetto Nightswimming. Infatti Mollino disegnò il Lutrario, una delle prime ‘discoteche’ in Italia. Sapevo che Mollino aveva lasciato tutto all’Archivio del Politecnico di Torino; ho preso un appuntamento, ho spulciato nelle diverse scatole accatastate e ho trovato queste foto di viaggio. Certo, erano diverse dalle fotografie di Mollino che conosciamo, non erano in posa, non erano studiate come le famose Polaroid. Mi interessavano proprio nella loro dinamica di appunti di viaggio, sono delle foto scattate velocemente.

Hai collaborato con Mousse a una serie di pubblicazioni su zone di guerra o in grave crisi, con tuoi scatti realizzati a Baghdad, in Libia, a Cipro… Cosa ti ha portato in queste aree e in che modo la tua pratica si differenzia quando sei in zone di maggior tensione politico/economica?

Il caso. Lavoravo per Abitare, e mi hanno chiesto se volessi andare in Afghanistan per fotografare una scuola progettata dai 2a+p/A e Ian+ (Roma) per Maria Grazia Cutili, giornalista del Corriere uccisa in Afghanistan nel 2001. Ho accettato ed è stata un’esperienza unica, lì ho conosciuto Antonio Ottomanelli, fotografo ed ex-architetto. Insieme siamo partiti per l’Iraq l’anno successivo. Il secondo titolo della serie Narratives con Mousse è stata la Libia, un viaggio che ho fortemente voluto, difficile da organizzare, per motivi che lascio immaginare, ma da anni ero ossessionata dalla figura di Gheddafi. E poi Cipro è venuto naturale, attraverso la mia amicizia e collaborazione con Christodoulos Panayiotou, artista e amico di Limassol. Sicuramente è molto differente lavorare in territori in guerra, o comunque dove la sicurezza fisica è minore. Non mi sono mai sentita in pericolo però, paradossalmente mi trovo meno a mio agio in situazioni di normalità.

Siamo in via San Marco, con una vista panoramica su Milano. Il tuo studio, tra mobilio e decorazioni, sembra essersi fermato nel tempo in cui la casa è stata vissuta dai tuoi familiari. Perché hai fatto di quest’appartamento il tuo studio e quali spazi sfrutti di più per il tuo lavoro?

L’appartamento che vedi era la casa di mia nonna. Lo aveva fatto progettare da un architetto nel 1952 e poi non lo ha più modificato. Quando è morta me lo ha lasciato ed era bellissimo, fermo così nel tempo. Ogni oggetto necessita di una manutenzione ossessiva, quindi l’ho trasformato in una sorta di museo. Però guardando fuori si vede una Milano in trasformazione…