Interview #41

Giulio Scalisi

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Giulio Scalisi (Salemi, 1992) ha studiato presso NABA (Milano) ed ÉCAL (Losanna). Il suo lavoro è stato esposto presso Le Botanique Centre Culturel (Bruxelles), Sonnenstübe (Lugano), Tile Project Space, T-Space e Lucie Fontaine (Milano), Galleria Umberto di Marino (Napoli), Fondation Ricard (Parigi), Gasconade (Roma).

Hai speculato molto sull’immaginario acquatico, sia nella tua prima personale, che nei tuoi lavori più recenti.

Mi è sempre piaciuto sfruttare il potere evocativo di certi elementi, per poi usarli in senso metaforico e rafforzare i discorsi che voglio fare con i miei lavori. L’acqua ha assunto valori differenti nei rispettivi lavori: prima l’ho vista come un ambiente in cui immergersi ma anche come una superficie immagazzina le immagini che vi si specchiano – un filtro che va a mediare, nel caso di Alghe Romantiche, la vita. Più recentemente lo stesso elemento ha assunto un valore diverso, quello della risorsa; l’acqua spruzzata dalle fontana viene svuotata dei suoi valori intrinsechi, e viene invece vista come una risorsa da poter sprecare per lo sfarzo sociale.

Le tue fontane sono però delle impersonificazioni specifiche.

Mi piace come gli elementi simbolici che seleziono possano anche essere animati e caratterizzati. Nel caso delle fontane ognuna di esse era diversa dell’altra, sia per il design che per il modo in cui parlava, impersonificando idee politiche differenti.

Nel tuo artists statement parli di ecosistemi di informazioni, e di come l’inafferrabilità di questi flussi implichi una presa di posizione da parte di un’artista visivo…

Nei primi anni di studio in accademia tendevo sempre a cercare una regola generale, un punto di vista astratto, un modo per dare ordine ad una realtà sfuggevole e difficile da definire. Poi mi sono reso conto che questa confusione è semplicemente la condizione base dell’osservare la contemporaneità. Sono arrivato alla consapevolezza che il ruolo dell’arte, o almeno dell’arte che mi affascina, non è quello di creare delle verità obiettive, ma degli estratti di un vissuto, per quanto precario e infangato dalle esperienze personali. In questo modo si può riuscire ad ancorare il pensiero ad un momento, un luogo o un’identità, così da usare questi orpelli per osservare una contemporaneità che continua a cambiare, e che se vista in modo generalista tenderebbe a volatilizzarsi. Allo stesso tempo non credo nemmeno che il punto di vista individuale possa essere una costante: quello che siamo, che facciamo…spesso non dipende da noi, ma da delle influenze esterne. E sono queste forze esterne che vorrei analizzare con il mio lavoro. Credo che quello che ci rende felici o infelici parli molto del presente.

Hai realizzato Phantoms and Notifications, un video per iPhone datato 2015, pensando a come le peculiarità di questo device sfuggano al rapporto standardizzato che abbiamo con gli oggetti.

Quel video in particolare fa parte di una ricerca più ampia che stavo portando avanti nei miei anni di studio all’Écal. In quel periodo cercavo dei metodi alternativi per strutturare la realtà. L’animismo degli indigeni americani, quello shintoista e poi quello tecnologico in particolare, mi hanno permesso di sperimentare sugli elementi che rendono un oggetto “vivente”. I cellulari mi affascinano particolarmente in quanto appaiono come entità ibride capaci di sfuggire al sistema occidentale di categorizzazione del pensiero. I nostri cellulari, così come i nostri computer, diventano dei talismani con cui creiamo delle forme anomale di legame. Una relazione che si forma fra il proprietario e la sua macchina, ma che, collegandosi a internet supera questa semplice dicotomia e va a creare un’entità metà umana e metà macchina che sembrerebbe quasi aver preso vita propria.

Ti interessa il processo di creazione delle immagini, simboli ed icone. Ce ne sono alcuni particolarmente significativi nel tuo lavoro?

Non penso che ci siano dei simboli o delle immagini che trovo fondamentali nel mio percorso, forse perché quello che mi attira di essi non è un valore affettivo, ma il potenziale di certe immagini di sottolineare certi significati o di assumerne di nuovi. Sicuramente ce ne sono alcune che ho trovato molto efficaci, come la lepre che ha dato origine al Balzo della Lepre, un discorso sul modo in cui la virtualità ha modificato la nostra percezione del tempo. Adesso forse vorrei fare dei lavori che presentano dei piccioni presi come simbolo di decadenza ed invasione: va a deturpare l’armonia della composizione urbanistica, trasgredisce le regole verticali di potere su cui sono basate le nostre città e che defeca sulle sculture dei grandi poeti nelle piazze.

Hai realizzato diversi fumetti negli ultimi anni.

Leggo fumetti giapponesi, italiani e francesi dall’adolescenza, ed è probabilmente per questo che ho iniziato a sviluppare un pensiero sul disegno. Studiando in accademia ho voluto sperimentare su altri medium, che credevo più vicini a quello che doveva essere l’arte contemporanea; mi sono poi riavvicinato al fumetto e ho iniziato a comprendere le sue potenzialità realizzandone uno in collaborazione con Tea Hacic, Gallina Sgualdrina. Non c’erano ambizioni propriamente artistiche, il fine era l’entertainment – ma facendolo mi sono reso conto che forse non c’era bisogno di dover dividere l’arte che fa pensare dall’entertainment che fa sorridere. Vedevo nel fumetto delle potenzialità simili a quelle del video, a cui mi sono avvicinato per via della componente temporale e narrativa, che ho poi ritrovato nel fumetto.

Gallina Sgualdrina era molto legato a Milano e i suoi cliché. Sei nato in Sicilia, hai vissuto negli Stati Uniti e in Svizzera; dopo qualche anno di permanenza, quali sono le tue impressioni di questa città?

Penso sia una città che ha il potenziale di essere ritratta, scritta e raccontata. Una città in cui la gente si aggrega perché condivide degli interessi che vanno anche oltre a mode e tendenze. Un ibrido un po’ strano di città, teoricamente internazionale, almeno nelle ispirazioni, ma comunque popolata per lo più da italiani. Questo mi stimola a restarci e a credere di poter fare qualcosa di significativo stando qui.