Interview #6

Invernomuto

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Invernomuto è un collettivo composto da Simone Bertuzzi (Piacenza, 1983) e Simone Trabucchi (Piacenza, 1982). Hanno studiato presso l’Accademia di Brera (Milano). Hanno esposto il loro lavoro presso Istituto Italiano di Cultura (Addis Abeba), The MAC (Belfast), GAMeC (Bergamo); Raum (Bologna); ar/ge kunst e Museion (Bolzano); Bozar (Bruxelles), PAC (Ferrara), Pinksummer (Genova); TATE e Nettie Horn Gallery (Londra), Hangar Bicocca, Marsèlleria, PAC e La Triennale di Milan (Milano); No Fun Fest (New York); Centre Pompidou (Parigi); Black Star Film Festival (Philadelphia); American Academy e MAXXI (Roma); ArtSpeak (Vancouver); Kunsthalle Wien (Vienna), 11° Biennale Architettura (Venezia).

Una domanda retorica per iniziare: chi sono Simone e Simone, e cos’è Invernomuto?

Simone e Simone vengono dalla valley, sono valley boys. Dal 2003 sperimentano formati affini alle arti visive, al suono e alle immagini in movimento.
“We monitor many frequencies. We listen always. Came a voice, out of the babel of tongues, speaking to us. It played us a mighty dub. “Call ‘em Wintermute”, said the other.”

Avete detto che una delle vostre ossessioni è la creazione di spazio; è stato questo a far nascere Invernomuto?

Forse abbiamo detto che ci interessa la creazione di mondi, in questo senso ci interessano gli immaginari e i fenomeni che, anche inconsapevolmente, generano universi paralleli e immaginifici.

E in che modo avete riempito questo ‘mondo’ nell’evoluzione della vostra pratica artistica?

Osservandoli, abbiamo progressivamente costruito un universo di segni e simboli che iniziano a fluttuare in modo più o meno delineato. Questo, specialmente nella pratica più recente, ci permette di sottendere narrazioni esplose. O se non altro questa è la volontà.

Il vostro luogo di provenienza, Vernasca, vi ha influenzato su diversi livelli. Da una parte la sua storia ha portato il medioevo nel vostro immaginario, dall’altra vi ha fornito materiale sul quale sviluppare una ricerca sulla campagna di colonizzazione italiana avvenuta durante il fascismo. C’è altro che vi lega a quel posto?

Vernasca e la sua valle sono sempre stati pretesti per raccontare il paesaggio. All’inizio in maniera letterale, in seguito metaforicamente. Ci interessa raccontare quello spazio colloso e recintato: la suburbia. E narrarci storie. Chiaramente non è solo fiction, in quei luoghi ci siamo nati e sempre permane un aspetto biografico, che incanala e solidifica un discorso, almeno in partenza.

Negus è certamente uno dei lavori più impegnativi da voi sviluppati fino ad ora, oltre ad essere quello più focalizzato sulla cultura etiope e rastafariana.

Negus ha già aperto molti sottoinsiemi. Tendiamo a ragionare per cicli di opere e progetti; Negus ha rischiato di trasformarsi in una saga, ma con il film si è concluso, almeno in termini progettuali. È però chiaro che un progetto come Negus influenzerà la nostra produzione futura, quindi non sarà semplice scrollarselo di dosso.

In parallelo ad Invernomuto, Simone (Bertuzzi) porta avanti Palm Wine, piattaforma di ricerca “post globale” creata nel 2009 a cui poi ha seguito l’omonimo dj set; mentre Simone (Trabucchi) dal 2008 segue la label di musica sperimentale Hundebiss e il progetto musicale STILL…

La ricerca di Palm Wine porta pian piano altri frutti impuri e consapevolezze: Sonido Classics ad esempio, un festival sulla tradizione dei Picos (soundsystem) colombiani non avrebbe potuto esistere senza. Oltre ai dj set, Palm Wine collabora spesso con il mondo della danza contemporanea. Hundebiss è una label indipendente, come tale vive momenti di iper-attività e altri di silenzioso scandagliamento dei suoni e delle visioni in circolazione, dopo anni di iper-attività credo sia necessaria un periodo di sana riflessione e ricerca. STILL è un progetto dedito ad una reinterpretazione molto personale di certe intuizioni digital dancehall, che cerca di rispondere alla necessità di ricominciare a produrre e suonare musica elettronica in modo piuttosto istintivo.

Fino al 2009 avevate a Lambrate il vostro quartier generale, dove sia Hundebiss che Palm Wine trovavano una loro dimensione ‘pubblica’: com’è andata quell’esperienza?

È stata pazzesca e fortemente formativa. Lì vivevamo con Lorenzo Senni, Andrea Caputo e altri amici (al momento dello sfratto eravamo in nove). È stato un momento importante non solo per la dimensione ‘pubblica’ a cui alludi (principalmente sfogata nelle Hundebiss Nights), ma, all’opposto, per le relazioni private intercorse tra noi; per gli stimoli e la possibilità di confronto interno continuo.

A diversi anni di distanza, cosa vi sembra cambiato nell’ambiente musicale e culturale milanese?

Fondamentalmente tutto. La dimensione medio-piccola nella quale trovavano sfogo le situazioni come le Hundebiss Night è completamente svanita. Una città da sempre vittima della mentalità dell’evento oggi ha imparato a conviverci e tutto sembra leggermente fuori scala e meno consapevole. Detto questo è un momento florido: nascono nuovi spazi e altre situazioni più navigate si affermano e si allineano alla domanda del pubblico. Come sempre Milano gioca ‘safe’, quindi è sempre più ricca di repliche (non sempre riuscite) di quello che avviene fuori dai confini nazionali. La fortuna è che qui hanno la data di scadenza di una collezione autunno-inverno, quindi passa veloce, senza lasciare marchi indelebili. Manca una specificità, un collante, una visione che si accontenti di guardare all’oggi, non necessariamente al futuro.