Interview #7

Jacopo Miliani

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Jacopo Miliani (Firenze, 1979) ha studiato presso il DAMS (Bologna) e la Central Saint Martins School of Art and Design (Londra). Ha esposto il suo lavoro presso Palais de Tokyo (Parigi); David Robert Art Foundation. Kunstraum, Victoria&Albert Museum (Londra); Matadero, CentroCentro Cibeles (Madrid); Kunsthalle Lissabon (Lisbona); 10th Biennale del Nicaragua (Managua); Museo Villa Croce (Genova); Galleria Art Moderna (Torino); Villa Romana (Firenze); Verbo Festival (São Paulo); Marselleria, Careof, Viafarini (Milano); MACRO, Fondazione Giuliani (Roma); CAC (Vilnius), Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Torino); Kunsthal Charlottenborg (Copenhagen).

Iniziamo parlando delle tue esperienze nella performance, in che modo ne sei stato attratto e come conservi la documentazione dei tuoi lavori passati?

Avendo studiato Storia del Teatro, la performance per me è stata il ponte tra la mia formazione accademica e la pratica d’artista. Quel che m’interessa, della performance, è il rapporto che ha con la dimensione linguistica, o meglio la sua impossibilità di una sua pura trasposizione verbale, che di conseguenza porta alla creazione di infiniti linguaggi.
Si tratta di un rapporto malinconico, che prevede la perdita dell’esperienza performativa. Per questo motivo non documento spesso le mie performance con il video, ma le archivio facendo degli scatti e stampando dei provini a contatto.

In Ropes le tue corde sono quasi immobilizzate nel movimento che è stato precedentemente impresso: puoi spiegarci il tuo interesse nell’impossibilità di fermare il movimento, anche in riferimento ai lavori su tela Contatti?

In ogni gesto c’è un prima e un dopo che, anche se non presente nelle sculture, viene immaginato in colui che le osserva. I lavori su tela invece enfatizzano le forze di tensione di una corda che rimangono impresse una volta eliminato l’oggetto-corda sulla superficie di contatto.

A proposito dei tuoi lavori sulle mani, in che modo ti sei avvicinato alle resine e qual è il tuo rapporto con quel tipo di materia? Che effetto ricerchi nell’installazione finale come quella dell’anno passato Not With a Bang?

La resina mi affascina per la sua trasparenza e per la sua artificialità. Ho fatto il calco delle mie mani e poi ho colato una resina trasparente e una nera, l’opposto della trasparenza. Not With a Bang ha come riferimento un racconto breve di Howard Fast in cui una mano uccide il sole. L’uso delle mani in questo lavoro è simile alle inquadrature di Dario Argento nei suoi primi film: quando una mano misteriosa o un guanto prende un oggetto o afferra il corpo di una vittima.

In Rope and Leaves le corde sfociano in palme, diventando quasi degli elementi estetici. Ritroviamo questo lavoro su stampe, foulard, addirittura in forma vegetale nel tuo studio. Vuoi parlarci di questo progetto anche in riferimento all’installazione di Walking Through the Garden?

Le palme per me sono una sorta di leitmotiv…mi accompagnano da anni. Sono state definite ‘esotico quotidiano’, infatti si collegano all’idea di viaggio-miraggio, ma sono anche decorazioni interne e domestiche. Walking Through the Garden è un’installazione a parete che si compone di un fondo stampato in digitale e tre foto incorniciate stampate ai sali d’argento. Le diverse tecniche di sviluppo e stampa fotografica enfatizzano questo rapporto di vicinanza e lontananza insito nell’immagine delle palme.

Le tue serie di collage contrappongono fotografie di corpi classici, come in Robert Is Dancing in the Pavilion, a spazi architettonici piuttosto austeri e geometrici. Il risultato è quasi cinematografico, come nei film di Bergman. Ci sono referenze relative alla pratica cinematografica in questo senso?

Il cinema è immaginazione, sogno e desiderio. In quella serie di collage i corpi di Robert Mapplethorpe, così carichi di emozioni e sensualità, abitano gli interni di Ludwig Mies van der Rohe, creando nuove narrazioni piene di attrazione fisica e mentale.

In Easy As…Simple As… una danzatrice reinterpreta l’alfabeto del corpo ABECEDA di Teige in 26 fotografie in cui indossa una maschera da pappagallo. Nella proiezione poi si compone la frase di Carmelo Bene: “quando crediamo di essere noi a dire, siamo detti” che è probabilmente l’essenza del lavoro, sei d’accordo?

Esatto, è il linguaggio che nega se stesso continuando a dominare la nostra conoscenza e coscienza. Come un pappagallo in gabbia che è costretto a ripetere delle parole senza molto senso.

Hai inoltre una valida collezione di libri, e sappiamo che ti sei sempre confrontato con il settore del self-publishing. Vuoi parlarci dei tuoi libri?

Da alcuni anni ho iniziato il progetto Selfpleasurepublishing, progetto editoriale indipendente sui temi di omosessualità e linguaggio. Il primo libro, CLUB DESERTO, è un testo teatrale scritto in Polari (uno slang inglese usato dagli omosessuali nel secolo scorso che fonde parole di italiano con la lingua anglosassone). Il secondo Your boss has given you this factory. What do you think? è un dialogo corale tra users di chat gay e la trascrizione dei dialoghi del film ‘Teorema’ di Pier Paolo Pasolini. Il terzo libro, Whispering Catastrophe. On the langauge of men loving men in Japan, è il risultato di una ricerca condotta con la semiotica e curatrice Sara Giannini.