Interview #36

Jacopo Rinaldi

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Jacopo Rinaldi (Roma, 1988) ha studiato presso l’Accademia Di Belle Arti (Roma) e Naba (Milano). Il suo lavoro è stato esposto presso MACRO e Fondamenta Gallery (Roma), Viafarini e Plasma (Milano), Lastation (Lecce), Villa Brandolini (Treviso), Frankfurt Main Hauptbahnhof (Francoforte), Galleria Bluorg (Bari), Fabbrica Rosa (Locarno).

Mi parli della ricerca che hai svolto sull’archivio di Harald Szeeman in Ticino?

La ricerca è iniziata con un’esibizione all’interno dell’archivio. Mi era stato commissionato di documentare l’esposizione e decisi di farlo lavorando sull’architettura. Coinvolsi l’Accademia di Architettura Mendrisio in cui Szeemann aveva lavorato e grazie al Dipartimento di Rappresentazione Digitale è stato possibile realizzare un rilievo dello spazio e delle persone che lo attraversavano durante le poche ore di apertura al pubblico dell’archivio.

Che forme ha preso questa attività?

Direi che ha preso diverse forme. A distanza di mesi ho continuato a lavorare su quell’archivio a partire dati spaziali che avevamo raccolto. Di fatto ho lavorato su un archivio in sua assenza: tutti i materiali contenuti in quello spazio erano stati acquisiti dal Getty Institute di Los Angeles e anche l’architettura solida su cui avevo lavorato avrebbe presto subito delle modifiche. Forse per questo ho deciso di fermare alcune idee e scrivere.
  

Alcuni artisti utilizzano gli archivi come mera materia prima per lo sviluppo di narrazioni; nel tuo lavoro, esso torna con la sistematicità di un approccio strutturale, che lo considera concettualmente come luogo della memoria… Fino a che punto può considerarsi un pretesto per una storia e quando diventa il tema su cui ragionare?

Credo sia diventato un tema dopo l’incontro con Lara Vinca Masini. L’appartamento che ospitava il suo archivio era talmente sovraccarico di libri da mettere a rischio l’intera struttura dell’edificio e costringere Lara al trasloco a un pianterreno. Credo che questo incontro abbia indirizzato la mia ricerca sull’architettura dell’archivio e la crisi dei suoi supporti.

Non è la prima volta che la tua pratica si confronta con l’archivio: mi racconti dell’esperienza nell’archivio Pirelli?

Ho iniziato a lavorare in quell’archivio come ricercatore per la mostra di Céline Condorelli all’Hangar Bicocca. Alcuni aspetti di quella ricerca continuano a influenzare il mio lavoro. In questo contesto l’archivio ha alimentato aspetti più narrativi che riguardano le colonie, l’eros e l’immaginario industriale.

Come hanno preso forma questi interessi?

In lavori molto diversi tra loro. Ho lavorato molto su una certa iconografia legata ai prodotti dell’industria della gomma e sul possesso delle immagini. Per questo ho creato dei watermark: delle filigrane che sovrappongo alle immagini fotografiche che scatto e raccolgo. I watermark sono entrati anche a far parte del disegno, mentre più generalmente questi temi sono presenti nei video e nelle installazioni.

We must confront vague ideas with clear images”, frase che appare nel tuo lavoro Word Lens (2015), mi sembra essere una riflessione su un preciso approccio politico alla traduzione dei dati caotici dell’archivio in informazioni intelligibili, un tema molto discusso negli ultimi anni ad esempio a proposito di Wikileaks, dello scandalo NSA… Hai sviluppato un metodo preciso nella tua pratica, rispetto a questa questione?

Forse il metodo con cui ho affrontato questi temi potrebbe essere il gioco. In effetti la tua riflessione è molto mirata ma pur essendo questi gli aspetti al centro del lavoro non credo di avere i mezzi e le competenze per affrontare un tema tanto complesso come quello della trasparenza delle informazioni. Forse per questo ho cercato di giocare sul significato e il disincanto dietro quelle parole. 

Cosa intendi?

L’immagine è quella di un’app che utilizza la fotocamera per la traduzione in tempo reale. La frase tradotta sembra in qualche modo tradire il messaggio originale. Certo si tratta di una traduzione letterale, ma credo che qualcosa cambi: i mezzi che utilizziamo non sono mai del tutto neutri e possono veicolare o aprire ad altre letture anche a partire da uno stesso contenuto. In questo scarto tra il messaggio originale e la sua rielaborazione leggo un certo cambiamento. Diciamo che forse viviamo un momento in cui le rivendicazioni politiche ci riguardano non solo come soggetti ma anche in quanto consumatori. Questo non credo renda una rivendicazione meno legittima ma certo comporta certi vincoli e quel disincanto a cui accennavo.