Interview #61

Jonathan Vivacqua

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Jonathan Vivacqua (Erba, 1986) ha studiato presso l’Accademia di Brera (Milano). Il suo lavoro è stato esposto presso Museo MACC (Calasetta); Museo Carlo Zauli (Faenza); Carrozzeria Margot, Museo d’Arte Contemporanea Lissone e Torre Medioevale Corbetta (Milano); Dolomiti Contemporanee Dcnext e Museo di Casso (Casso); Forte di Exilles (Torino); Forte Marghera (Venezia).

Durante lo studio visit ci spiegavi che utilizzi per lo più materiali edili, come angolari, tubi, pannelli, canaline. Puoi raccontarci com’è nato questo tuo interesse e di conseguenza l’idea di usare questi materiali per i tuoi lavori?

Nasce tutto dall’azienda di famiglia, ho sempre avuto a che fare con questi materiali, seguendo cantieri e progetti di architettura. Conosco molto bene i materiali che mi trovo davanti tutti i giorni e conosco bene anche il loro utilizzo reale. Quello che faccio è semplicemente lasciarmi stimolare dalla loro fisicità, estrapolarli da un sistema funzionale e toccarli in maniera da dare loro presenza scenica, è tutto molto istintivo.

Le tue opere sono sempre associate a un titolo che comprende i materiali utilizzati. In quale misura questo tipo di didascalia è importante nella tua produzione, per nobilitare i materiali?

Esatto, i titoli non sono altro che il vero nome del prodotto che si trova in commercio, lo ritengo molto importante in quando ogni materiale porta con sé un processo evolutivo, perfezionato nella storia del suo sviluppo. Io agisco semplicemente con lo sguardo e con il tocco.

Il movimento della linea, e la dinamicità delle tue sculture create con gli angolari in alluminio piuttosto che con i tubi, ha un impatto visivo particolarmente forte. Vuoi stupire chi visita la mostra con un effetto ‘meraviglia’ o cerchi piuttosto una tua forma di espressione? Ti interessa dialogare con lo spettatore o sei più propenso a seguire le tue idee e svilupparle?

Credo molto nella bellezza in quanto tale e nella trasmissione di energie che possono scaturire di fronte ad un opera, quindi creo un palcoscenico che entri in perfetto clima con l’ambiente e che crei uno scambio di presenza con l’osservatore capace di attivare un meccanismo di credibilità riguardo al lavoro. È lo sguardo di chi osserva che dà valore a questi materiali.

Il tuo lavoro con le colonne in plexiglas riempite da vari materiali isolanti di diversi colori fa riflettere anche su aspetti architettonici e di evoluzione dei materiali. Ti sei ispirato a qualche opera moderna in particolare per questa produzione?

L’ispirazione deriva banalmente dal pensare all’architettura. La colonna è ciò che ha sempre sostenuto e che rimane ‘in piedi’. Per cui sì, le mie colonne hanno un riferimento storico, ma sono realizzate con i materiali edili più evoluti, che si trovano e si usano oggi nel mercato della costruzione. Anche in questo caso cioè una perdita di funzionalità pratica.

Parlando di spazialità, nelle tue opere salta subito all’occhio l’espansione dei materiali, e la loro forma che inclinandosi prende tutto lo spazio. Com’è lavorare sui grandi formati?

Più spazio c’è e meglio è. Sono abituato a vedere in piccolo solo i disegni e i progetti, poi mi viene da sviluppare sempre tutto in spazi enormi dove lo sguardo e l’aria possano avere libertà di muoversi…

Per quanto riguarda Milano, puoi citare alcuni spazi che sono di tuo interesse o che frequenti e in particolar modo in città?

A Milano esiste una piccola realtà che frequenta gallerie e inaugurazioni assiduamente e che tiene vivo lo spirito di continuità. Non si tratta di frequentare o preferire uno spazio rispetto ad un altro, ma di seguire l’ energia che contiene, per cui ci sono molti luoghi interessanti, stabili, istituzionali e non. C’è molto fermento in città.

Il tuo studio si trova un po’ fuori Milano, a Erba, ma vieni spesso qui per vari motivi. Qual è la zona che più ti interessa o in cui ti ci ritrovi particolarmente e perché?

In realtà da poco mi sono trasferito a Milano ma continuo ad avere lo studio a Erba per via delle dimensioni dello spazio e anche per ritirarmi a eseguire i miei lavori. Ho deciso di trasferirmi in città per viverla in maniera più tranquilla e produttiva, chiaramente il quartiere Isola è quello che preferisco per via del suo fermento e allo stesso tempo la sua quiete, ed è qui che vivo.

Ci sono artisti che abitano a Milano con cui ti sei trovato a fare delle collaborazioni particolarmente interessanti per la tua pratica?

Sì certo, soprattutto nei primi anni di lavoro finita l’accademia, poi crescendo molte cose cambiano, le strade si uniscono e si dividono, ma rimane sempre un forte rapporto di stima, amicizia e rispetto e questo credo che sia il rapporto più importante che si possa formare tra la persone.