Interview #63

Lisa Rampilli

Lisa Rampilli (Milano 1982) ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano) e all’ENSCI (Parigi). Il suo lavoro è stato esposto presso Lucie Fontaine, Ubud, Bali e Studio Medico (Milano), Museo Civico (Castelbuono) e ha collaborato con diversi brand tra cui Cabana, Vertu, Frette, Gucci, Pomellato Boodles.

Hai sempre disegnato, ma negli ultimi anni hai focalizzato la tua pratica sui tessuti. Come si è sviluppato questo interesse?

Quando vivevo a Parigi ho abitato in Avenue de Gobelins, vicino alla fabbrica reale di tappeti e arazzi che riforniva la corte dei monarchi francesi. La Galerie des Gobelins è dedicata alle mostre temporanee di tessuti lavorati. Quando ho “incontrato” il ciclo di arazzi fiamminghi della dama e l’unicorno ero alla ricerca di qualcosa che unisse l’elemento funzionale, la decorazione, l’allegoria: l’avevo trovato. Sono poi stata in Belgio a Courtrai, nelle fiandre, per cercare di capire l’origine di certi simboli; oggi considero questo interesse qualcosa che mi permette di soddisfare il bisogno di manualità lavorando su un oggetto, tenendomi lontana dalla scultura e vicina alla bidimensionalità propria della grafica, del disegno e della pittura.

Cosa ti spinge a distanziarti dalla scultura?

Considero la scultura una vera e propria presenza. Infatti esiste. É l’oggetto, oppure sostituisce un soggetto, e occupa uno spazio. É una presa di posizione forte. Io mi sento meno diretta, sono per qualcosa che sia più o meno dichiaratamente una simulazione, e per poter immaginare una storia attraverso di essa.

Una grossa porzione del tuo lavoro è incentrata sul foulard: cosa ti interessa maggiormente di questo supporto?

Tutto è nato da un senso di precarietà: avevo bisogno di lavorare e il mio bagaglio esperienziale artistico non riusciva a trovare una direzione chiara. Ho impiegato la mia forza creativa nell’industria dell’accessorio. Non sono interessata alla moda di per sé e a quei ritmi che non mi appartengono, ma mi piace l’inventiva, la tecnica, la fantasia; mi piace quando la moda è essenziale e funzionale, in cui ogni tasca, ogni cerniera, ogni elastico ha una sua ragione d’essere e niente di più; mi piace quando la moda diventa teatro, maschera, decorazione e scenografia, quando è come per gli uccelli nella stagione degli amori, una messa in scena di quello che vorremmo essere. Il foulard per me è un dipinto, una storia da indossare. So che ci sono regole molto rigide sulla sua composizione, ma nei miei progetti cerco sempre di scansarle. É un tessuto leggero e funzionale che si annoda e che ripara dal freddo, ma che comunica attraverso una grafica, che non si appende a una parete ma nel quale ci si può avvolgere. Mi piacerebbe che tutti fossimo vestiti così, di questi enormi quadrati di stoffa pieni di immagini.

Hai viaggiato molto in Asia, esplorando paesi dove illustrazione e stampa su tessuto sono frutto di tradizioni antiche e peculiari. Cosa ti hanno lasciato queste esperienze?

La tradizione visiva orientale è vastissima e molto complessa, eppure essenziale al tempo stesso. Mi piacerebbe poter appartenere un po’ a questa storia in cui non esiste romanticismo. Mi spiego: appena scendo dall’aereo e atterro, per esempio, in Indonesia, mi sento subito alleggerita dalla drammaticità della nostra cultura. Il male e il bene sono presenti, ma quelle tinte drammatiche, passionali del mondo sentito come una grande carneficina, si annacquano e si stemperano così come nei dipinti e nelle stampe. Se posso aver imparato qualcosa dalla cultura visiva orientale è una sorta di rigore grafico, di ironia impercettibile, di leggerezza e soprattutto l’amore per i racconti nei quali donne, fiori, draghi, cani, frutti e serpenti coesistono e comunicano.

Quando sono venuta nel tuo studio mi hai fatto vedere una macchia di bruciato sul soffitto, risultato di una soluzione mal riuscita. I tuoi genitori sono biologi e sei cresciuta in un ambiente di sperimentazione; come ti rapporti ai materiali che usi?

Quella bruciatura sul soffitto è un mio punto d’orgoglio. Mi stavo cimentando in un esperimento nel quale occorreva scaldare una sostanza in un pentolino, il tutto ha preso fuoco, ma per fortuna non io. La mia faccia era coperta di fumo nero e i miei capelli un po’ bruciacchiati, e questa è la mia fotografia. Fin da piccola mi sono trovata in mezzo beute e provette; la vetreria da laboratorio è bellissima, le calamite che servono per agitare i composti sembrano delle caramelle bianche alla menta e il frigo di casa era pieno di pacchetti in alluminio con scritto “non mangiare” o bottigliette di plastica con scritto a pennarello “non bere”. Una volta ho salvato una trota da un esperimento di laboratorio mettendola in una pentola a pressione, non per cucinarla, ma per trasportarla fino a casa, metterla nella vasca da bagno e implorare mia mamma di riportarla al fiume e liberarla. I materiali sono sempre un’incognita, secondo me sono cose vive che reagiscono in base a come vengono trattate. Probabilmente quella volta i materiali si sono arrabbiati con me perché ho sbagliato qualcosa, ma la sperimentazione per me è irresistibile. Continuerò a fare errori su errori, ne sono sicura.

Mi raccontavi che ultimamente stai concentrando le tue ricerche sulla stampa marmorizzata…

Sto lavorando a un grande tessuto marmorizzato per una mostra al MRAC di Serignan; anche qui l’empirismo è il mio migliore amico. Avrei potuto farmi spiegare la tecnica per bene, ma ho voluto imparare da sola sperimentando. Il risultato è sempre un qualcosa che non è esattamente come dovrebbe, ma che forse è più interessante così. Gli errori sono una parte fondamentale del lavoro.

In passato hai anche sperimentato la tecnica del batik, che oltre a richiedere grande manualità implica, come la marmorizzazione, l’accettazione dell’imprevisto.

Sì e no, perché ha dei passaggi essenziali sui quali non si può improvvisare; è una ripetizione, una tecnica tramandata di generazione in generazione, e l’uso di ogni colore ha la sua storia e simbologia. Detto questo non la si può stravolgere del tutto. Si può scrivere dimenticando la sintassi e la grammatica? Sarebbe meglio non dimenticarsene e modificare il linguaggio dove certi passaggi sono diventati rigidi e ottusi, e questo avviene di solito da sé, è un cambiamento fisiologico. Anche la tecnica batik è un linguaggio: meglio non dimenticare la grammatica, ma accettare che l’imprevisto tecnico porti a quel mutamento fisiologico. Una volta una persona mi ha detto “è una tecnica che mi fa pensare a un mondo hippie, bisognerebbe riattualizzarla”. Imporsi di riattualizzare una cosa per me è impossibile, avviene da sé, attraverso la cultura che cambia attorno a quella cosa.

I tuoi soggetti prediletti sono flora e fauna, c’è un nesso particolare con il tuo background?

É una questione piuttosto singolare: quando ero piccola facevo tantissimi disegni molto colorati di animali e avevo una collezione di piccoli elefanti che trovavo o mi regalavano, ero sempre in mezzo alla natura, trascorrevo lunghissimi periodi in Toscana nell’agriturismo di famiglia, stavo tutto il giorno in mezzo agli animali, ci giocavo e li osservavo. Avevo anche una casa sul lago, in mezzo al bosco ma a picco sull’acqua. Lì ho visto bisce d’acqua, ghiri, due cacciatori passare trasportando un cervo morto appeso per le quattro zampe, ho visto fagiani e civette, poiane e cormorani. Quando sono cresciuta invece ero interessata all’essere umano, alla storia, alla psicologia, all’introspezione, alla letteratura. Poi un giorno sono partita per un viaggio a Salisburgo e ho scelto di portare con me pochissime cose, le più essenziali, uno zaino e dei disegni di animali fatti all’asilo, e mi sono detta: ricomincio da qui. E da allora ho ritrovato una felicità nel lavoro che non riesco a descrivere.