Interview #35

Luca Pozzi

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Luca Pozzi (Milano, 1983) ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano). Il suo lavoro è stato esposto presso Grimmuseum, Kustraum Kreuzberg e Alexander Levy (Berlino); Enrico Astuni e MAMbo (Bologna); Museo Marino Marini (Firenze); CAB (Grenoble); Fundación Pons (Madrid); Kabe (Miami); Istituto Svizzero e Federico Luger (Milano); Dena Foundation (Parigi); Mart (Rovereto); Hariviera Gallery (Tel Aviv); MEF (Torino). Ha collaborato con l’Albert Einstein Institute (Berlino), il CERN (Ginevra) e la Penn State University (State College). 

Le tue influenze si dividono tra fisica teorica e umanesimo rinascimentale. Come fondi questi due universi?

L’esperienza contemporanea è un’esperienza iperconnessa ma frammentata; fisica teorica e umanesimo rinascimentale fanno parte di una rete esplosa ma al tempo stesso incredibilmente unita e coerente. Siamo abituati ad un’idea di progresso che si sviluppa linearmente nel tempo, per me invece procede per salti quantistici, sovrapposizioni di stato e micro loops. Credo sia più interessante offrire a chi guarda la scelta di estrarre l’informazione presente piuttosto che limitare la lettura di un lavoro, sovrapporre tempi diversi e grammatiche diverse è un metodo per sottolineare la capacità del supporto/opera di aumentare il contenuto di un sistema.

In questo senso sono molto interessanti Instagram Time Paradox e la serie Supersymmetric Partner.

Sono tutti esempi di arte aumentata, un termine che ho inventato per descrivere quei lavori che nascono da opere già esistenti, potenziate da interventi esterni. Esattamente come la realtà aumentata aggiunge informazione grazie all’ausilio di device tecnologici intelligenti, così l’arte aumentata rivela connessioni attraverso l’interazione con un operatore creativo esterno contemporaneo. Instagram Time Paradox è il mio primo lavoro pensato per Instagram, inteso come spazio museale. Documenta un allineamento temporale paradossale tra un rapid calcolo degli anni ’50, utilizzato come se fosse uno smartphone, e le opere di Fontana e Klein esposte a Milano nel 2014. La serie Supersymmetric Partner invece, che mi ritrae sospeso davanti alle opere di Paolo Veronese, non solo assorbe la complessità temporale dei dipinti ma la espande, la riattualizza e la trasforma attraverso una libera associazione esplicitata dal titolo della serie che si riferisce ad una congettura scientifica contemporanea nata in seno alla teoria delle stringhe.

Un’altro progetto che nel tempo hai gradualmente sviluppato sono i Light Drawings; che cosa ti interessa di questa pratica?

La serie di cui parli nasce dalla relazione tra luce ultravioletta, pittura al fosforo e tempo. Il processo avviene al buio o durante il tramonto. Alla base c’è una pittura potenziale monocromatica su cui traccio, accendendo e spegnendo una lampada UV, segni luminosi effimeri che emergono dall’oscurità e ritornano all’oscurità. Si tratta di un metodo di mappatura visiva del campo gravitazionale, composto dalla documentazione di intensità luminose diverse. Il risultato più evoluto di questa ricerca è Oracle, un dispositivo di mia invenzione in grado di trasferire simultaneamente sessioni di disegno di luce da remoto. Realizzato con il supporto di Riot Studio, è costituito da una piattaforma madre e numerose piattaforme satellite del formato standard di una porta connesse ad internet. Mi interessa la capacità di documentare in maniera analogica i percorsi di luce generati dal movimento della mia mano, sfruttando la polilocazione della rete intesa come ponte spazio-temporale digitale.

Ci sono vari elementi ricorrenti nella tua opera: superfici specchianti, palline da tennis, magneti…

Sono elementi che strutturano il mio vocabolario: delle superfici specchianti mi interessa la capacità di evidenziare una certa simmetria dei fenomeni e l’esistenza di mondi paralleli nascosti da barriere invisibili. La fisica intrinseca in un fenomeno così semplice è estremamente raffinata. Le palline da tennis Wilson rappresentano la costante connettiva, quando ci sono due sistemi non comunicanti la pallina da tennis risolve il problema. I magneti o gli elettro magneti a levitazione mi interessano per la loro capacità di inserire nel lavoro una forza della natura e per sottolineare la profonda distanza che intercorre tra esperienza e conoscenza. Fanno parte della stessa grammatica le spugne luminescenti, le palline da ping-pong e l’alluminio mandorlato.

Inoltre sei attivamente coinvolto nell’ambiente scientifico, esatto?

Frequento dal 2010 la comunità scientifica della Loop Quantum Gravity perché mi interessa capire come si possa rendere compatibile la Relatività Generale con la Meccanica Quantistica. Le loro proposte, ancora in fase congetturale, mi sembrano tra le più interessanti e creative e quindi, per capirle e interiorizzarle, ho bisogno di passare del tempo con loro. Per questo motivo sono stato invitato come guest artist presso il Perimeter Institute di Waterloo in Ontario, l’Albert Einstein Institute di Berlino, la Penn State University di State College e il Centre de Physique Théorique di Marsiglia. 

In che cosa si sono sviluppate esattamente queste collaborazioni?

Ho esposto in occasione di alcuni convegni di settore e sono intervenuto in alcuni talk pubblici, presentando le mie connessioni tra la storia recente dell’arte del Novecento e le teorie scientifiche a loro contemporanee. Per il futuro stiamo progettando nuove conferenze e nuove installazioni costituite da componenti reali dell’acceleratore di particelle. Sarà un ulteriore abbattimento dei confini disciplinari.