Interview #56

Lupo Borgonovo

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Lupo Borgonovo (Milano, 1985) ha studiato presso l’Accademia di Brera (Milano). Il suo lavoro è stato esposto presso MAGASIN Centre National d’Art Contemporain (Grenoble); Rowing (Londra); Fluxia, Gasconade, GAM e La Triennale di Milano (Milano); Museo Nitsch (Napoli); CAN (Neuchâtel); Martos Gallery (New York); Galerie Chez Valentin (Parigi); 5° Prague Biennale (Praga); American Academy e Nomas Foundation (Roma); Minerva (Sydney); Cripta 747 (Torino); Galleria Monica De Cardenas (Zuoz).

La maggior parte dei tuoi lavori gioca sul rapporto tra la materia organica e inorganica, come sul contrasto tra apparenza e verità. Da cosa nasce questa fascinazione?

Ieri camminavo per il quartiere Isola e mi sono fermato davanti a un piccolo parco giochi. I pochi elementi di questo parchetto erano delle riproduzioni in resina di tronchi d’albero che, a seconda, diventavano tunnel, seggiolini per le altalene, mattoni per il castelletto. Che in questo parco giochi ci fosse un richiamo a una natura lontana è probabile, che la natura stereotipata in tronchi stondati fosse fatta con materiali sintetici è certo, ma ciò che mi interessava di più era che tra tutti i modi che si potevano trovare per rappresentare dei tronchi, qualcuno avesse scelto proprio quello.

Questa ricerca quindi si traduce in una sfida della percezione visiva e tattile, separando le cose dalla loro connotazione ordinaria.

Sì, è la storia della foglia di banano che scende lungo il fiume spinta dalla corrente: a un certo punto un uomo la vede e inventa una barca per navigare sul fiume. Dopodiché l’uomo torna al villaggio e dice di avere inventato la barca, ma forse, anche la foglia torna al banano e dice la stessa cosa.

Vivi e lavori a nord di Milano, nel quartiere di via Padova; pensi che il luogo in cui vivi la quotidianità abbia in qualche modo influenzato la tua ricerca?

Per una serie di sculture Yelloween, composta da calchi di frutti in gomma siliconica, ho potuto trovare, nei vari negozi cinesi, cingalesi e arabi del quartiere, frutti mostruosi e bellissimi che non avevo mai visto. La sensazione è che di negozio in negozio si passi, come teletrasportati, da un mondo a un altro. E poi c’è la vita della strada e dei parchetti che guardo ogni giorno. In questo caso l’aspetto folcloristico trasforma ai miei occhi queste persone in monumenti, protagonisti di un romanzo aperto che si continua a scrivere da solo.

In questo senso, credi che il fatto di realizzare ogni volta un’opera di più esemplari differenti sia una modalità di rendere il lavoro narrativo? Si può dire che alcune opere siamo composte da più personaggi, o da più fotogrammi di una stessa immagine in movimento?

Mi piace pensare un’opera come ad un personaggio; immagino un film dove l’attenzione si sposta dal protagonista e la cinepresa inizia a seguire la vita di una comparsa. Quando la comparsa, a furia di essere seguita, diventa protagonista, la cinepresa si sposta nuovamente su un’altra figura laterale e così via. Ogni serie è una famiglia che si mescola alle altre creando un albero genealogico, ma è anche una variazione su uno stesso tema; il tentativo di fare un identikit sempre più preciso ma sempre più lontano dal viso del ricercato.

Il disegno è una componente sempre presente nel tuo lavoro. In che modo hai sviluppato questa pratica nel tempo?

Vivo con Lisa, che disegna continuamente, di conseguenza ho iniziato a disegnare anch’io, questo mi permette di essere tante cose da un disegno all’altro; una sorta di pratica per disperdere l’identità. La cosa che mi piace di più è la velocità in un disegno veloce.

E in che modo l’hai applicata ad opere come Agua, O e I?

La serie Agua nasce da un appunto su un foglio che avevo dimenticato nel taschino dei pantaloni prima di lavarli. La carta, una volta asciutta, presentava uno strano disegno astratto, dove il pennarello si era espanso e moltiplicato. Un mandala da lavatrice. Quello che ho fatto è stato riprodurre questo processo accidentale su scala più grande. I fogli e i disegni si sono ingranditi e, in mancanza di lavatrice o tasche giganti, li ho immersi in una vasca. O e I, è una serie di disegni siamesi, interpretazioni alterate di manufatti provenienti da varie latitudini. O è la parte pedante e meticolosa: i disegni sono lenti, composti da migliaia di pallini tracciati a china che riempiono le sagome. I è la parte svelta: i disegni sono tracciati da poche rapide linee. Cosa pensi O di I e I di O non ne ho idea.

Nel 2015 hai lavorato a CHEESE CHEESE, una pubblicazione curata da Davide Giannella ed edita da RAWRAW; come si è evoluto il progetto?

Davide e Massimiliano si sono interessati a una serie di disegni, una saga domestica di un personaggio un po’ uomo, un po’ topo, un po’ elefante. Il processo è stato semplice e veloce: ho immaginato la vita di ‘Coso’ (il topo elefante), l’ho disegnato e i disegni sono stati poi scansionati. Successivamente Massimiliano e Marco Fasolini si sono occupati di creare il libro e organizzare il materiale, mentre Davide ha fatto un’intervista a ‘Coso’.

Questa è stata la prima opera in cui hai esplicitamente aggiunto una componente narrativa al disegno.

La storia di questo personaggio è nata dalla sua richiesta di essere narrata. ‘Coso’ non sembrava avere intenzione di uscire di scena al primo disegno, tanto più che nella sua prima apparizione è rappresento schiacciato da un pezzo di formaggio dentro un tana austera. Per evitare di raccontare solo una tragedia, mi sono lasciato guidare dalla sua fisicità estroversa e dalla sua singolare struttura psichica, per proseguire la rappresentazione.