Interview #33

Marco Basta

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Marco Basta (Milano, 1985) ha studiato presso l’Accademia di Brera (Milano). Il suo lavoro è stato esposto presso Baco (Bergamo); Casa Testori, Galleria Monica De Cardenas, GAM, Gasconade e O’ (Milano); American Academy, Federica Schiavo Gallery e Fondazione per l’Arte (Roma); Galleria Civica di Valdagno (Valdagno); DNA projectbox (Venezia); Galleria Monica De Cardenas (Zuoz).

Come definiresti il tuo approccio visivo?

Il mio approccio è caratterizzato dalla ricerca della semplicità, di immagini essenziali che riescono ad avere forza esplicativa e parlare a molti. Cerco di virare il mio modo di guardare su un canale di questo tipo pur rimanendo sempre attratto dalla lontananza, da una sorta di esotismo ideologico che descrive qualcosa che è davanti ai nostri occhi ma che vive altrove, con un’altra coscienza e un altro carattere.

I tuoi lavori sono prevalentemente basati sul landscape digitale, in che modo l’emergenza e dominanza della tecnologia nell’arte ti ha influenzato?

Molti miei disegni hanno una base digitale, sono creati con Photoshop e poi stampati su carte tradizionali, spesso da incisione. Non so se sia stata l’arte a influenzare questa scelta. Abbiamo delle tecnologie a disposizione e credo che sia giusto usarle.

Pensi che la comprensione del lavoro digitale nell’arte sia cambiata da quando è iniziata la tua pratica?

Diciamo che sicuramente è diventato un linguaggio molto diffuso, specialmente in quanto ricerca vera e propria su tutto il mondo che il digitale porta con sé. Credo che questo mondo incida sulla nostra quotidianità ‘retro illuminata’. Ripeto che la mia è una scelta di mezzo, non ideologica.

Hai ricontestualizzato i giardini per un periodo abbastanza lungo del tuo lavoro precedente. Come è nato il tuo interesse in questo campo?

Durante un viaggio in Giappone. A Kyoto ho visitato i templi Zen sulle colline: quei giardini non esistono, sono pura finzione. Eppure è tutto semplice e rassicurante, sembra che i monaci stiano dicendo “fregatene dell’esterno, guarda qui all’interno di questo recinto come si sta bene”. Mi affascina decidere dove quel ramo andrà a cadere o la gradazione di colore che dovrà avere un certo muschio. Vuol dire umanizzarli. Una maniacale attenzione per le singole foglie, i singoli aghi, è come disegnare. Non è più Natura, ma l’idea di Natura.

Durante il processo creativo, è più importante l’idea o l’esecuzione?

Come diceva Luciano Fabro, il processo creativo è al settanta per cento una questione di carattere, al venti per cento una questione di capacità, all’uno per cento una questione di fantasia e poi nel restante nove per cento possiamo metterci quello che ci pare.

Gasconade è stato un luogo importante per la formalizzazione di una nuova generazione di artisti milanesi, cosa ha significato questo luogo per te?

Gasconade ha prodotto circolazione di idee e di immagini, ha dato struttura a una necessità; ha rischiato molto e permesso ad alcuni di rischiare. Gasconade è stato un modo di pensare, e credo abbia avuto molta forza. Con Gasconade ho capito che le mie opere potevano stare insieme in un certo modo e che potevano parlare a voce alta. L’intelligenza di Gasconade è stata anche capire che un progetto del genere poteva avere grande forza se limitato ad un periodo di tempo. E quello che rimane sono i legami. Se un’esperienza riesce a creare legami allora credo che abbia percorso la strada giusta.

Che influenza ha Milano su di te?

Sono sempre i legami che ti tengono in un luogo. In questo momento credo siano questi legami ad avere un’influenza sul mio stare a Milano. Si è creato una sorta di ritmo che in questo momento ascolto volentieri. Gli amici che frequento sono spesso artisti e i luoghi possono essere vari. In estate frequento molto il Circolo Dei Combattenti ad esempio, per una partita a ping pong.

Come hai scoperto la zona in cui si trova il tuo studio? In che modo il quartiere influenza la tua routine quotidiana?

È una scoperta di Andrea Romano, il resto l’ha fatto il prezzo molto invitante dell’affitto. Quindi non abbiamo esattamente scelto quella zona. Il quartiere è periferico, ferroviario. Il bar è uno solo e nemmeno troppo vicino, ed è lo stesso bar dove di solito pranzo. Non ci sono molte distrazioni, il che porta a stare in studio e a concentrarsi.

La pratica artistica contemporanea può essere percepita come un’esperienza relativamente solitaria, in che modo condividere lo studio con un artista (Andrea Romano) ti ha influenzato?

Condividere lo studio vuol dire condividere il proprio spazio di lavoro, il proprio immaginario, spesso è positivo perché si crea una cosa della quale io personalmente ho molto bisogno ovvero il clima da ufficio. Cioè un luogo di lavoro vero e proprio. In questo clima possiamo parlare di influenza perché si crea per forza di cose un continuo scambio di opinioni, di punti di vista. Allora l’influenza può essere lo sguardo che ti risolve un dubbio, la parola che supera l’incertezza o l’esperienza che ti manca. La solitudine non fa bene. Per me la condivisione vuol dire anche andare insieme a mangiare un panino dalla Terry, che è una gran cosa.