Interview #46

Marco Belfiore

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Marco Belfiore (Rovereto, 1971) ha studiato presso l’Accademia di Brera (Milano). Il suo lavoro è stato esposto presso Objective Exhibitions, (Anversa); The Cinema Museum, Chelsea Art Space e Acme Space (Londra); Triangle France (Marsiglia); Gertrude Art Space (Melbourne); Galleria Monica De Cardenas, Peep Hole e PAC (Milano); Flacon Design Zavod (Mosca); CAC (Vilnius).

Con The Home Project hai iniziato a collaborare con altri artisti. Puoi dirci qualcosa di più sul progetto?

Per me essere un artista significa confrontarsi, accettare le critiche e criticare in maniera costruttiva, per comprendere il mio lavoro e quello degli altri. Per questo ho cominciato a organizzare delle mostre insieme ad artisti che conosco in Italia e all’estero: li ho invitati ad esporre in una casa a Milano e a interagire con artisti locali. A volte sono stato invitato da alcuni di loro a partecipare a progetti simili nelle loro città: è stato un modo per testare il mio lavoro e relazionarmi a quello di altre persone che lavoravano in contesti culturali diversi: ho compreso come un lavoro possa vivere numerose vite a seconda dell’ambiente culturale in cui viene presentato.

Nei tuoi lavori, leghi concetti e tecniche tradizionali tramite un intreccio impensabile e moderno. Come riesci a bilanciare le due cose? Nel tuo processo creativo ha precedenza il contesto o il singolo lavoro?

La prima ispirazione deriva dal contesto nel quale mi trovo in quel momento. Di solito utilizzo elementi iconografici appartenenti all’immaginario collettivo: per me è importante assorbire ciò che influenza un ambiente o un individuo e quindi iniziare a lavorare sulle mie idee. In questo modo ho compreso come esistano punti di incontro tra immaginari apparentemente differenti; per questo nel mio lavoro vi è spesso una ibridazione di idee. Ogni volta che inizio un nuovo ciclo di lavori, per me è come portare avanti un discorso iniziato tanto tempo fa: il mio intento è quello di creare nuove associazioni tra elementi apparentemente distaccati. Mi piace l’idea di cercare regole matematiche nel caos.

Sei stato all’estero per parecchie residenze d’artista, in che modo il ritorno a Milano ha influenzato te e il tuo processo creativo?

Qualche anno fa ho vinto una residenza di tre mesi a Mosca: l’esperienza è stata così intensa da farmi interpretare in un nuovo modo il luogo dove vivo e la mia storia personale; mi sono abituato a reagire in questo modo, ogni volta che vivo in un nuovo luogo per qualche tempo cresce in me la necessità di minare le mie certezze e i pregiudizi sul luogo in particolare. Quando torno a Milano di solito mi sento più parte del mondo che di un’unica città. Tutto questo mi aiuta a creare nuove connessioni tra i miei vecchi e nuovi lavori.

Attualmente vivi e lavori in Loreto, qual è la motivazione alla base di questa decisione? In che modo questa zona ti influenza?

Sono nato in provincia, a Rovereto, e ho trascorso l’adolescenza a Sanremo, Milano sembrava una grande città. Da quando ci vivo ho iniziato a viaggiare, e questa ‘grande città’ è diventata incredibilmente piccola dal mio punto di vista, ma è un punto strategico per raggiungere le maggiori città europee in poco tempo: questo favorisce il passaggio di così tante persone. Oggi penso che Milano sia il luogo perfetto dal quale andarsene per poi ritornare.

Ultimamente anche la musica è divenuta parte integrante delle tue opere. In che modo hai deciso di includerla nei tuoi lavori?

La musica ha sempre fatto parte della mia vita, quella che ascolto e quella che suono al pianoforte e l’elettronica. Quando ho iniziato a esporre l’ho messa in secondo piano, ma negli ultimi anni è sempre più al centro del mio lavoro. La musica è armonia, e ciò significa che può nascondere il caso: relazioni tra armonia e disarmonia, melodia e rumore, ordine e caos sono sempre state al centro dei miei interessi.

Hai affrontato l’idea dell’ironia e dell’incomprensione in molti dei tuoi lavori.

Il caos è l’origine di tutto ciò che conosciamo, possiede tutte le storie possibili. L’ironia mi aiuta a non perdermi, a non prendermi troppo sul serio, altrimenti mi bloccherei per paura di sbagliare; mi aiuta a compiere errori, a crescere nella vita e artisticamente, ma serve molta esperienza per poterla usare nel modo migliore. Credo che il confronto con il caos semantico dei linguaggi faccia emergere la loro ironia intrinseca.

Hai lavorato a un progetto in cui hai deciso di non lasciare alcun tipo di documentazione su internet.

Quando ho organizzato The Home Project ho deciso di usare il passaparola per promuovere l’evento, in contrasto con il classico modo di fare comunicazione sul web. Oggi Instagram è diventato il mio laboratorio caotico di idee provvisorie, mentre uso Soundcloud per caricare musica, sperimentare: ricevo feedback stimolanti da parte di musicisti che non conosco. Condivido spesso i miei lavori in progress, senza aver paura di bruciarli, è un ottimo test per verificare se si tratta o meno di una buona idea.

Lavori con tecniche diverse: come riescono a dare vita ad un unico discorso?

In ogni linguaggio che utilizzo trovo riferimenti ad altri linguaggi e tecniche. Lavoro cercando/creando analogie, dissonanze , riferimenti a stereotipi e clichés: l’immaginario collettivo dice molto su come integriamo le cose caotiche nel nostro modo di pensare e vivere la vita.