Interview #34

Marina Cavadini

Marina Cavadini (Milano, 1988) ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano), NABA (Milano) e l’Art Institute of Chicago (Chicago). Il suo lavoro è stato esposto presso Sullivan Galleries, Hyde Park Center, InHabit Art Series with DfbrL8r Gallery e Joan Flasch Artists’ Book Collection (Chicago), La Triennale di Milano, Isola Art Center, 77, Palazzo dei Giureconsulti e Frigoriferi Milanesi (Milano), Parco Arte Vivente (Torino).

Appena entrata nello studio vengo accolta da un frinire di grilli.

Ne sto allevando alcuni in un piccolo terrario. Mi affascina la questione dell’alimentazione. L’anno scorso ho deciso di non mangiare animali e derivati provenienti da allevamenti intensivi per un po’ e quando fai una scelta così radicale il pensiero è sempre nella tua testa. Quindi ho cominciato a riflettere sull’idea della digestione e sul fatto che ciò che ci nutre ci definisce. Sono stata a una fiera di entomologia dove c’era uno stand dedicato agli insetti commestibili come possibilità più sostenibile della mucca o del maiale per l’apporto di proteine: mi sono informata sulle varie specie. E il fatto che i grilli cantassero mi ha fatto propendere per loro, per poter sperimentare oltre al tema alimentare l’aspetto sonoro.

E una volta allevati, cosa ne farai?

A dire il vero non lo so ancora. Quello di cui mi accorgo tenendoli qui in studio è che, con il loro canto, generano un’atmosfera. Tutti i materiali che vedi fanno parte di sperimentazioni e work in progress: trovo qualcosa che mi attrae – oggetti, piante, animali che mi sembrano inerenti al mio lavoro – e li porto in studio per prenderci dimestichezza. Sono tornata da un anno da Chicago dove ho frequentato un MFA ma non sono sicura di rimanere a Milano: da settembre sono qui in studio con Elena Radice e Enrico Boccioletti, e per ora so che ci rimarrò fino a giugno.

Sopra al terrario c’è un fogliettino con scritto “talking dirty”. È una nota che mi sono scritta e che si riferisce al canto dei grilli: i grilli maschi cantano per attirare le femmine, come strumento di seduzione, e la seduzione è uno dei temi centrali nel mio lavoro.

È una nota che mi sono scritta e che si riferisce al canto dei grilli: i grilli maschi cantano per attirare le femmine, come strumento di seduzione, e la seduzione è uno dei temi centrali nel mio lavoro.

Poi vedo una catena di acciaio e plexiglas appesa al soffitto.

Fa parte dell’installazione Overlaps, Correspondences, Contradictions che ho esposto alle Sullivan Galleries di Chicago. Alla catena erano appese delle Nepenthes, che sono delle piante carnivore caratterizzate da foglie trasformate in urne detti ascidi, una sorta di stomaco esterno dove la preda viene digerita e assimilata.

Ancora una volta la questione dell’alimentazione.

Sì, come ti dicevo ciò che mangiamo ci definisce, e questo è particolarmente evidente per piante e animali. La differenza fondamentale tra i due regni è che le piante sono autotrofe, cioè producono materia organica necessaria al loro organismo, attraverso la fotosintesi. Mentre gli animali sono eterotrofi, quindi devono assumere sostanze organiche mangiando piante o altri animali. Le piante carnivore rompono il limite tra le due categorie, che è un altro aspetto centrale nel mio lavoro. Quando Linneo si è trovato a formulare la sua tassonomia degli esseri viventi nel Settecento praticamente non ha voluto riconoscere il fatto che esistessero degli esemplari “ibridi” (anche se ne era al corrente). Piante come le Nepenthes, ascritte al mondo vegetale, non si limitano infatti all’autotrofia, ma integrano con la predazione di eterotrofi la loro dieta fotosintetica.

E qui c’è un tondo di plexiglas giallo fluo.

Fa sempre parte dell’installazione con le piante a Chicago. In realtà quello che è successo è che sono entrata in un negozio, ho visto questo materiale e ho detto “wow”. Il punto di partenza del lavoro erano le Nepenthes, che stavano appese e prendevano tutto lo spazio, ma effettivamente il risultato era molto distante dagli altri miei lavori. Il plexiglas aggiungeva un tocco magico o, come dico io, seducente, che lo rendeva mio. In biologia i colori vistosi hanno un significato preciso. Esiste una strategia detta colorazione aposematica, ovvero quando la preda utilizza colori sgargianti come deterrente nei confronti di un predatore, per ricordargli delle possibili conseguenze che potrebbe avere la sua ingestione. Sono attratta dai colori sgargianti proprio per questo, perché in natura vengono interpretati come messaggi di allarme, ma anche di seduzione. Ad esempio indicano la maturità sessuale di un esemplare. Nel verde e marrone di un bosco o di un prato, colori simili attirano o respingono, creano dei picchi di tensione, che è quello che ricerco.

Vedo dei dipinti, che richiamano queste foto con dei… meloni?

Sì, sono meloni. Sto lavorando sul concetto di contenitore organico attraverso la fotografia. Quindi ritraggo la polpa del melone o il corpo molle dell’ostrica. Sono dei corpi esposti, aperti e vulnerabili. Dissezionati con obiettiva crudeltà.

E qui vedo una serie di guanti, tipo questi con dei pois bianchi.

I guanti che indosso nelle mie performance sono accessori che permettono di ibridare il mio corpo con oggetti e con altri esseri viventi. Li ho utilizzati per diversi progetti. In particolare, quelli con i pois richiamano la forma e il colore delle spore. Servivano ad accarezzare in maniera sensuale le spore nascoste nella pagina inferiore di una felce. Ho sviluppato il tema della spora anche in una serie di lavori dove attaccavo delle palline di zucchero cromate in zone un po’ nascoste di ambienti o di corpi umani, tipo dietro l’orecchio – che tra l’altro è una zona erogena, quindi il cerchio si chiude.

Su cos’altro stai lavorando in questo momento?

Sto producendo un nuovo lavoro sul concetto di cross-contaminazione: lo presenterò in una mostra personale per un progetto inedito dal titolo HotHouse che si terrà all’Orto Botanico di Torino questa primavera. E tra le altre cose, sto anche imparando a cantare: è un’esigenza che sento da un po’, per includere nei miei lavori il suono prodotto dal mio corpo.