Interview #49

Matteo Nasini

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).
* Attualmente, Matteo Nasini è di base a Roma.

Matteo Nasini (Roma, 1976) ha studiato al Conservatorio di Santa Cecilia (Roma). Il suo lavoro è stato esposto presso Villa Romana (Firenze); Villa Croce (Genova); Rowing (Londra); IIC e Hammer Museum (Los Angeles); Art-O-Rama (Marsiglia); Clima, Marsèlleria Permanent Exhibition, Fonderia Battaglia e Fluxia (Milano); Marsèlleria Permanent Exhibition (New York); Arti Visive Pescheria (Pesaro); MAXXI, Macro e Nomas Foundation (Roma); Palazzo Fortuny (Venezia); Museum of Royal Worcester (Worcester).

Partiamo dal tuo background come musicista: me ne parli?

Ho iniziato a studiare la musica da bambino, suonavo il flauto, cantavo nel coro, poi tra medie e liceo ho iniziato ad appassionarmi alla chitarra, al basso e alla batteria. In quegli anni – siamo nella Roma degli anni ’90 – c’era un enorme fermento musicale, come anche oggi. Ho frequentato il conservatorio di Latina perché a quello di Roma non c’era posto, per arrivarci mi facevo 100 km di treno diretto Roma – Napoli. Suonavo insieme a tante persone ogni giorno, attorno a me tutti suonavano e tutti suonavano con tutti, ognuno aveva più gruppi e progetti con cui produceva musica. La mia camera era una sorta di studio di registrazione con un letto, improvvisavamo e usavamo tantissimo il multitracking, suonavamo e risuonavamo sopra ciò che avevamo registrato, facevamo una musica assurda, composta da synth, chitarre, archi, percussioni, voci e strumenti auto costruiti, minimale e complessa, acustica ed elettronica, che non si poteva portare live ed implicito nel come era composta non desiderava un’affermazione di quel tipo, non sapevamo neanche riprodurre quello che avevamo fatto ma lo avevamo registrato, ci facevamo le cassette e le davamo alle persone. Questa esperienza con le persone e il suono, cui erano strettamente legate altre attività frenetiche come disegnare, fotografare, riprendere con le DV, ha prodotto dentro di me un punto di vista che è alla base del mio interesse.

Hai lavorato ad un progetto molto complesso per Marsèlleria Permanent Exhibition…

Questo progetto è composto da tanti elementi di interesse personale sulla materia sonora e la percezione d’ascolto, sul potenziale espressivo degli stati di coscienza e sull’intervento tecnologico nell’identità di un processo umano che da esso è trasformato. Sto catturando l’attività cerebrale di persone addormentate sotto forma di onde elettromagnetiche con una macchina che si chiama EEG. I dati generati da questa macchina sono inviati al computer e, attraverso una conversione analogico-digitale, trasformati in suono. In Marsèlleria abbiamo organizzato uno sleep concert della durata di una notte dove era possibile dormire ascoltando in tempo reale i suoni prodotti da una persona che è lì addormentata. Ho successivamente stampato i dati delle registrazioni dei sonni e dei momenti di sogno con una stampante 3D, risultando in delle sculture in ceramica. Ho anche realizzato delle coperte da usare durante la notte della performance. Uno dei protagonisti del progetto è l’ascoltatore e il suo stato ipnagogico, la fase di tempo molto variabile che ognuno di noi attraversa dalla veglia al sonno, dove il pensiero e le immagini tendono a svilupparsi in modo particolare. Negli sleep concert, in questa condizione sensibile e collettiva, è l’idea ad attivare un elemento puramente evocativo come il suono, con il quale l’ascoltatore può stringere una diversa relazione nelle suggestioni tra esso, il tempo, lo spazio e il proprio stato mentale, restituendo un’esperienza sonora dalle caratteristiche simili alle sue manifestazioni più arcaiche e rituali, nel senso di suono come strumento attraverso il quale è possibile un cambiamento di stato. Tutto ciò che è vivo dorme, una parte consistente della nostra vita la passiamo nello stato del sonno, dove l’attività cerebrale è complessa ed elaborata quanto quella della veglia. Creare un suono, una polifonia con queste caratteristiche vuole essere un tentativo di suggestione e di esplorazione della forma sonora, ma anche indurre l’ascoltatore ad una differente percezione di un oggetto culturale e sociale quale è l’idea di musica del nostro tempo.

Hai lavorato spesso con la tessitura: come nascono i filati che hai realizzato ad esempio per Clima e per il Museo delle Palme?

Qualche tempo fa ho iniziato a tendere fili di lana su delle palanche di legno che trovavo arenate sulle sponde del fiume, avevo lo studio a Roma in zona Magliana davanti al Tevere. L’alternarsi dei colori nelle bande di filo mi faceva pensare ai nastri magnetici e in qualche modo nella mia testa associavo cromatismi del colore a quelli delle frequenze sonore, ed erano come delle composizioni mute ed oggettuali. Nel 2015 ho provato, sia a Palermo e alle Fonderie Battaglia, ad ingrandire quest’azione in una dimensione ambientale; ne risultano degli attraversamenti, gli spazi vengono tagliati e rimodellati dalla direzione di questi fasci morbidi che mi accorgo nascere da un’intuizione sonora, ma restano lavori assolutamente materici.

Mantieni una pratica quotidiana che non rientra nel tuo lavoro?

Il disegno. Adoro disegnare e sono invidiosissimo di chi sa disegnare perché i miei di solito quando li guardo non mi piacciono – è sempre stato così, un po’ conflittuale. Sono come un diario senza scrittura, pieno di scene tragicomiche, biografiche e animali immaginari. I primi lavori con la lana che ho realizzato, gli arazzi, erano per coprire dei disegni a cui tenevo ma non mi piaceva mostrare, così un giorno sono andato in merceria ho preso dei gomitoli ho iniziato a coprire i disegni sulle stoffe con la lana, cercando di riprodurre con il ricamo il tratto del pennarello.