Interview #15

Monia Ben Hamouda

Monia Ben Hamouda (Milano, 1991) ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano). Il suo lavoro è stato esposto presso RivoliDue, BAG, Milano Film Festival, PANEproject, Marselleria Permanent Exhibition e VIAFARINI (Milano); Et.al gallery (San Francisco); The Wrong Digital Art Biennale (Hong Kong); Werkschauhalle (Lipsia); Yongma Charm (Seoul); Ginny Projects (Londra); OJ (Istanbul); Like a Little Disaster (Polignano a Mare); UNIVERSITÄTSSAMMLUNGEN KUNST e ALTANAGalerie (Dresda); Link Art Center For The Arts Of The Information Age (Brescia); Haunt (Yogyakarta).

La fluidità dei corpi è un elemento molto centrale nel tuo lavoro; ti interessa il fatto che il loro utilizzo implichi sempre una parziale perdita di controllo sull’opera, una sorta di passività apparente che permette ai tuoi lavori di restare sospesi tra uno stato e l’altro. Da cosa nasce questa fascinazione per i liquidi?

Il liquido è importante perché è alla base di una modalità scultorea che appare indiretta, passiva; assume la forma che lo accoglie e permette quella passività aggressiva che concede alla forma di ‘essere esistita e poi estinta’. Utilizzandolo, potevo guardare la scultura auto-generarsi in una decisione-non-decisione, come a non volersi prendere la responsabilità delle proprie azioni. Volevo utilizzare questa caratteristica, anziché temerla. Le forme si accasciano e faticano a presenziare, ma allo stesso tempo è altrettanto manifesto il tentativo di ‘costringerle’ in una forma, in un gesto che e a metà tra iper-monitoraggio e accettazione. L’opera è arrendevole, ma anche pronta ad aggredirti. Ho chiamato questa caratteristica forza-debole.

In generale ti interessa anche il simbolismo intrinseco di materiali e forme, al quale spesso ti rifai per creare degli oggetti simili ad amuleti…

Cerco di isolare una ‘potenza’, trasformandola in evento passato: in questo modo l’opera diviene contenitore di una potenza ormai persa, arrendevole ma violenta. Le mie opere, pur mostrando una flebile elettrostaticità, sembrano incomplete, amputate, un inutile trofeo di loro stesse. Mi affascina l’idea di forzare la simbolizzazione, perché rappresenta il desiderio di dare un nome e un’identità ad ogni cosa e ad ogni materiale, anche al più insignificante, come ad esempio può essere la carne di maiale per un musulmano. Sono tutti simboli, ma la simbolizzazione è impossibile; nessuna rappresentazione mi permette di accedere al reale, per quanto io ci provi… è nel loro fallimento che trovano la forza-debole di cui parlavo. Esse si auto-proteggono, come amuleti di loro stesse.

A livello formale, nelle tue opere più recenti, emerge la ricerca di un equilibrio ‘democratico’, dove cromie e composizioni sono scelte con l’obiettivo di non creare mai un punto focale all’interno del singolo lavoro. Cosa ti ha portato a questo rifiuto per le dinamiche gerarchiche?

Mi piace pensare che esista una sorta di democrazia tra i materiali che formano l’opera. La motivazione ha a che fare con la simbolizzazione, ma anche con il sentimento di indecisione-decisione che permea interamente la mia pratica.

Tornando alla mancanza di controllo: quando impossibilitata a portare fisicamente le tue opere in mostra, ti è capitato di commissionarne la realizzazione a curatori o allestitori, consapevole che ciò potesse portare a risultati imprevedibili. Che cosa ti interessa di questo procedimento?

Negli ultimi due anni ho avuto la fortuna di esporre il mio lavoro all’estero, ed è successo spesso che, per varie ragioni, siano state persone terze a realizzarlo. Anzi, mi è capitato di progettare opere con lo scopo specifico di poter essere realizzate dagli allestitori. Vedere un gesto ‘invisibilmente’ diverso dal mio è stimolante, poiché ancora una volta il mio lavoro mi costringe a riflettere sul concetto di passività, di accettazione degli eventi scultorei, e di responsabilità dei gesti: miei ma estranei.

Utilizzi principalmente la tecnica dell’assemblaggio, perchè ti interessa “usare la realtà come materia scultorea”. Quest’attitudine è in qualche modo legata alle tue esperienze pregresse, in particolare con il video?

Il video ti costringe a utilizzare ciò che esiste per quello che è, mostrandolo non solo come materiale plastico, ma anche come possibilità narrativa. Continuare ad utilizzare questo approccio anche nella scultura è stato un processo naturale. Mi piace pensare all’assemblaggio come una tecnica di strumentalizzazione della realtà.

Hai vissuto tra Italia, Tunisia e Finlandia. Credi che l’esserti relazionata a lungo a culture così diverse tra loro abbia influenzato la tua pratica?

Penso alla geografia come ad un elemento fluido. Aver vissuto a ridosso di due dei centomila laghi finlandesi ha influenzato la scelta di alcuni materiali che utilizzo, così come dall’avere radici nordafricane potrebbe derivare la mia fascinazione per i simboli e la rappresentazione.

Nel 2017 hai fondato Something Must Break insieme a Michele Gabriele. Com’è nato questo progetto curatoriale?

Something Must Break è nato dalla forte necessità di lavorare, insieme, a un ambiente che potesse soddisfare le nostre esigenze linguistiche. Il progetto ci ha permesso di rapportarci sia al territorio che ci circondava che a quello più distante e virtuale; utilizziamo il paesaggio espositivo come elemento centrale per leggere e tradurre le opere degli artisti con i quali collaboriamo. SMB è il luogo in cui queste nostre riflessioni ed esigenze possono essere inserite, per riuscire così a guardarle con maggiore chiarezza.