Interview #18

Natália Trejbalová

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Natália Trejbalová (Košice, 1989) ha studiato presso Accademia di Belle Arti di Bologna e la Scuola di Nuove Tecnologie di Brera (Milano). Il suo lavoro è stato esposto alla 16a Quadriennale di Roma (Roma); Kunststiftung Baden-Württemberg (Stoccarda); Enclave (Londra); Oblastní Galerie (Liberec); L’Esprit Nouveau (Bologna); Galerie Charlot (Parigi); Fotomuseum Winterthur (Winterthur); ISEA 2015 (Abu Dhabi).

Da Bratislava a Bologna a Milano. Ci racconti un po’ com’è andata?

Col senno di poi ti direi che è andata bene, è stato un misto di tanta casualità fortunata e qualche decisione razionale, tipo quella di trasferirmi a Milano e non di lasciare l’Italia. Diciamo che non è stato mai semplice lasciare una città per l’altra; per fortuna a Bologna ci torno almeno una volta al mese perché continuiamo ad organizzare la serie di concerti Euphorbia; torno sempre per Live Arts Week organizzato da Xing e altri eventi spesso a Localedue. (Sono in questo momento sul treno per Bologna). A Bratislava purtroppo non ci torno molto spesso.

Parliamo del tuo lavoro come artista: si può dire che esso ragioni, fra le altre cose, sul tema dell’esotismo in cui referenti della cultura che ti appartiene si mischiano a quelli di culture altre, fino a perdere l’identità originaria per acquistarne una nuova, alienata; in questo senso, come hanno influenzato la tua visione, i tuoi spostamenti e insediamenti?

I primi anni dell’Accademia ho lavorato moltissimo sui riferimenti che provenivano dalla mia area culturale, sentivo anche una vera nostalgia (più legata al paesaggio e alla natura, in Italia mi sembrava tutto molto più coltivato e acculturato). Purtroppo nella mia famiglia non c’è nessuno che è nato e vissuto nello stesso posto; la Slovacchia è un po’ l’incrocio di varie etnie e ha un’identità che è quella di un posto che sta in mezzo a tante realtà più grandi. Ho cominciato a rifletterci solo dopo un po’ di anni che stavo già in Italia. Senz’altro il mio lavoro si alimenta di esotismo: sono affascinata da tutto quello che ha delle fondamenta culturali forti, e ho paura del nazionalismo. È proprio quello che è lo stock, in quanto riassume tutto in pochi concetti chiave, senza prendere in considerazione tante sfumature e le differenze che stanno all’interno di una struttura statale più grande. Diciamo che ho paura dell’omologazione, lenta e decisa; le radici culturali o religiose forti te la fanno schivare.

Che specificità di Milano credi siano da proteggere e sviluppare, senza le quali il tuo lavoro non sarebbe lo stesso?

Non so quanto Milano abbia influenzato il mio lavoro, però sicuramente l’ha accolto bene. È una città che è attenta a quello che succede, in cui il progetto come quello di Bellagio Bellagio può esistere. Per me è essenziale che nel luogo in cui vivo esista una comunità di persone che stanno lavorando su progetti simili e si confrontano, non solo a livello di scambio delle informazioni ma anche quello della critica. Mi sembra l’unico modo in cui possa davvero nascere qualcosa. Devo dire che a Milano questa dimensione l’ho trovata, Milano è molto interconnessa, forse dovrebbe lavorare un po‘ di più sulla sincerità.

Per Bellagio Bellagio (2015 – ongoing) dividi con Matteo Nobile gli aspetti visivi e sonori della performance. È una divisione netta? Esiste un fine comune?

Bellagio Bellagio è il nostro progetto comune nel quale la performance è solo una parte, non direi secondaria, ma non è di sicuro il frutto completo che invece sarà un ambiente installativo. Bellagio Bellagio è una specie di piattaforma audiovisiva a lungo termine che indaga sulle influenze dell’immaginario e codificazione stock nella cultura popolare. La nostra divisone è netta per quanto riguarda il lavoro manuale: Nobile è un musicista e io sono un’artista visiva, però tutto il progetto a partire dal titolo l’abbiamo ideato assieme. Tra i due ambiti in cui ci stiamo muovendo non ci sono così tante differenze nei termini di produzione o di lavoro concettuale. Per quanto riguarda la musica sembra un terreno svincolato da certi schemi che riguardano l’arte, i limiti che Matteo si dà con i vari pezzi per Bellagio sono abbastanza stretti e decisi.

Esiste uno spettatore ideale o una reazione ideale alla performance, perlomeno nei vostri intenti?

No. Bellagio cerca di suscitare diverse reazioni, vogliamo che sia un lavoro con più strati, e vorremmo che quello che sta più in superficie sia quello che fa ballare e divertire. Non ci interessa portare avanti un aspetto didattico sulla critica dell’immagine, però ci sono sempre delle persone che dopo un live ci dicono che sono rimaste turbate. Io mi diverto quando faccio le ricerche per i video di Bellagio, però quello che trovo di solito mi spaventa.

Che rapporto affettivo hai con il materiale visivo che ricerchi e manipoli? Ti stanca? Ti diverte? Te ne devi distaccare o ti richiede un’immersione nel suo mondo?

Senza immergermi completamente nel mondo dei video con cui sto lavorando, è difficile concludere qualcosa. Quando sto montando i vari video per Bellagio lavoro in maniera inconscia. All’inizio mi faccio tante ricerche dei contenuti video e stabilisco i limiti dentro cui dopo mi muovo in modo molto libero. Mi diverte, turba e stanca nello stesso tempo. Solo qualche giorno dopo che finisco il montaggio razionalizzo tutti i suoi contenuti. Se la facessi prima, non sarebbe mai fresco; ne uscirebbe fuori un saggio visivo e quello non ci interessa.