Interview #51

Omar Sartor

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Omar Sartor (Vittorio Veneto, 1981) ha studiato presso l’Accademia Nazionale Arti Cinematografiche (Bologna). Il suo lavoro è stato esposto presso Planar (Bari); Oxford Gallery (Londra); Galleria Fantini (Milano); Galleria Tina Modotti (Napoli); Fotografia Europea (Reggio Emilia); Galleria Yoyogi (Tokyo).

Qual è la tua formazione?

Sono nato e cresciuto in mezzo alla natura, tra laghi e boschi. A 12 anni mi sono innamorato di MTV, dei video musicali e del loro linguaggio fresco, ma non ho mai pensato di poterci mettere mano e testa. Stavano dall’altra parte della TV ed il confine tra me e loro era netto. A 15 anni ho costruito una grossa capanna su un albero dove io ed i miei amici passavamo tutto il tempo a bere e fumare. E di cinema e fotografia ancora nulla. Dopo essermi diplomato come perito agrario e aver provato diversi lavori nel settore ho pensato che dovevo tirare fuori quella cosa e provarci. E così ho fatto. Dopo l’Accademia di Cinema ed una specializzazione in Film editing e Fotografia mi sono buttato in qualsiasi impiego relativo e da li sono cresciuto lentamente, molto lentamente. Tra milioni di insoddisfazioni e angosce.

Il tuo lavoro fotografico si divide tra progetti personali e commissioni. Di che cosa ti occupi esattamente?

Sono sempre stato una persona timida e non ho mai amato le persone. Ma il paesaggio sì, quello sì. Sapevo capirlo e interpretarlo meglio degli altri, mi veniva facile e quindi ho deciso di farlo diventare il mio soggetto principale. Le mie ricerche relative al paesaggio indagano la sua essenza vera e come si rapportano gli interventi antropici ad esso stesso.

Hai detto che lavori creativi e commerciali si condizionano a vicenda; in che senso?

Nella vita ho deciso di far diventare la mia passione anche il mio lavoro. Questo è un grosso sacrificio se hai una tua etica. Piegare la propria visione a meccanismi commerciali, spesso di bassa lega, non è facile, ed è spesso disarmante. Ma nel tempo ho capito che mettere dei leggeri tocchi della mia ricerca nel mio lavoro commerciale ed usare idee che mi vengono lavorando con clienti nei miei progetti di ricerca è un buon compromesso.

Operi soprattutto in analogico, usando pellicola e banco ottico; quali esperienze hanno determinato questa scelta?

Adoro come i mezzi influenzano la visione ed il linguaggio fotografico. La maggior parte delle mie fotografie dei miei progetti sono lenti e pensati. Ho bisogno di immergermi in ciò che sto facendo ed entrare in contatto con il soggetto (il monte McKinley o la pensilina del distributore non fanno differenza). I mezzi lenti, come il banco ottico mi permettono di entrare in quella dimensione lenta e riflessiva di cui ho bisogno.

Per te il prodotto editoriale aggiunge alla fotografia una terza dimensione; come ti rapporti con l’universo dell’editoria, in particolare quella indipendente?

Sono innamorato dell’editoria indipendente e colleziono moltissime riviste e libri. Con la produzione di massa di dispositivi che catturano immagini in maniera cosciente, non cosciente ed incosciente, credo che il mondo della fotografia abbia dovuto alzare l’asticella, scrollarsi di dosso la finta piacevole consapevolezza dell’aver scattato una bella singola immagine e andare oltre. Dare spazio alla terza dimensione, quella progettuale, era la strada giusta, cosa peraltro già affrontata in passato con molti autori ma sempre in chiave semplice ed aulica. L’editoria indipendente ha sdoganato il mezzo antico, rinfrescato con forma, grafica, materiali, ed inoltre ha permesso lo sviluppo di nuove forme di narrazione, più vicine al cinema o alla musica, libere ma colte. Sono felice di vivere consapevolmente questo momento che considero già di importanza storica.

Il tuo leitmotiv ricorrente è senza dubbio il ritratto ambientale. Cosa ti interessa esattamente di questo elemento, e in particolare del territorio non antropizzato?

Adoro la dimensione atemporale del paesaggio. È la mia unica e reale certezza. C’è stato, c’è e ci sarà dopo di me e dopo di noi. Questo mi da grandissima serenità. Lo trovo nobile, sapiente e forte

Sei cresciuto nella provincia veneta, tra laghi e colline, ma da dieci anni sei di base a Milano. Come vivi il paesaggio urbano, in particolare questa città?

Onestamente ci ho messo molto a capire Milano. È una città che è stata stuprata ripetutamente da persone e storia. È una città brutta fuori ma con degli interni interessanti. Credo sia molto scollegata dalla realtà naturale del luogo dove sorge. Mi ha sempre fatto sorridere pensare che se una notte qualcuno spostasse Milano in un qualsiasi altro posto nessuno se ne sarebbe mai accorto.

Nelle tue produzioni, ti è capitato di collaborare con persone e realtà creative diverse?

Si certo, adoro trovare persone valide con cui condividere lavori e vita. I miei lavori sono spesso molto pensati e monolitici. Questo anche per il terrore di dover completare il progetto con influenze sbagliate. Ma quando trovo persone in grado di capire il progetto do quasi carta bianca. È una grandissima soddisfazione poter mixare le proprie idee con quelle altrui. Roberto Mandia è un carissimo amico di vecchia data, lui produce tutte le musiche per i miei video. Valentina Monari divide con me vita, passioni e studio. Con lei c’è un rapporto ed una sinergia davvero speciale della quale non potrei far più a meno.