Interview #42

Piotr Niepsuj

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Piotr Niepsuj (Lodz, 1984) ha studiato presso il Politecnico di Milano (Milano). Ha collaborato con 2DM/Management, AD, Adidas, AnOther, Dazed & Confused, Hero, Modzik, Neon, Nike Stadium, Nowness, Off White, PIG Mag, Port Magazine, Rivista Studio, Toilet Paper e Vice.

Quando sei arrivato a Milano e come sei entrato nel contesto creativo della città?

Sono arrivato a Milano più di 10 anni fa per studiare architettura. Non sapevo una parola di italiano e non conoscevo nessuno, così bevevo giusto qualche vodka (sì, vai con gli stereotipi sulle persone polacche!) e uscivo da solo. Ero questo ragazzo polacco carino, ubriaco, che ballava tutta la notte, cercando di parlare con tutti in un non-proprio-italiano e in realtà divertendomi. A un certo punto ho conosciuto la crew di PIG Magazine e loro mi hanno adottato nella loro famiglia. Dico sempre che andare alle feste mi ha aiutato un sacco ad arrivare dove sono ora.

Tra le tue prime esperienze c’è il lavoro per Pig Magazine, e poi Pig Quarterly: puoi dirci che tipo di foto hai scattato per loro?

È stato proprio un bel periodo della mia vita e devo molto a loro. Essendo un ‘music nerd’ ho iniziato come assistente al music editor, ma dopo un po’ di tempo ero sempre più preso dalle immagini e avevo un’attenzione particolare verso quello che Sean (Beolchini) e Simon (Beckerman) stavano facendo su quel piano. A un certo punto Sean mi ha dato la mia prima macchina fotografica e così è nato tutto. Mi hanno fatto scattare foto per il giornale senza che praticamente avessi nessuna esperienza. Piuttosto coraggioso da parte loro!
Stavo fotografando – più o meno come faccio ora – artisti, DJ, producer, designer, reportage, foto di feste…. Poi sono diventato photo editor, partecipavo più attivamente al contenuto del magazine, occupandomi anche del layout, e sono finito per fare il creative editor in un paio degli ultimi numeri.

Nell’ultimo anno hai lavorato per alcuni progetti di moda. In che misura la moda ti interessa?

Se vivi a Milano tutto è in qualche modo legato alla moda, ma dico sempre che non sono un fotografo di moda. Quello che mi interessa di più è mostrare come sono le cose veramente, piuttosto che guidarle io, quindi preferisco fotografare il backstage di una sfilata piuttosto che un editoriale. E anche se mi hanno chiesto di lavorare a campagne pubblicitarie, mi interessa di più il procedimento piuttosto che far apparire il prodotto carino. Ovviamente anche i capi di abbigliamento sono importanti, se non fossero validi l’intera storia non sarebbe interessante.
Quindi sì, la moda mi interessa e affascina, ma allo stesso tempo mi annoia e mi fa arrabbiare. È complicato.

Il tuo primo libro di fotografie aveva come soggetto una serie di scatti fatti in vacanza tra la Polonia e la Germania con l’aiuto di Dallas (Francesco Valtolina, Kevin Pedron).

Si! Ero molto emozionato, il mio primo piccolo libro! Non è veramente una serie, ma una piccola parte del mio diario, con le foto che scatto tutti i giorni con il mio iPhone. Era stata un’estate molto importante per me e quando sono tornato ho pensato di farci un libro piuttosto che caricare un altro album su Facebook. Così eccolo qui – 64 pagine, piccolo formato, copertina rigida, solo immagini.
E ho chiesto a Dallas di aiutarmi con la progettazione ma le mie idee sono davvero troppo ‘definite’ per una collaborazione… voglio che le cose siano fatte a modo mio. So che non è una bella cosa, ma i compromessi non fanno per me.

Qualche tempo fa hai creato con alcuni amici (Giorgio Di Salvo, Lorenzo Mapelli, Riccardo Trotta e Daniel Sansavini che fa i flyer) un evento chiamato Girls Love Beyoncé, un vero successo in città. Qual è la sua storia?

A un certo punto stavamo ascoltando tutti un sacco di r’n’b e abbiamo capito che non c’era un luogo dove ballare questo tipo di musica e ci è sembrato giusto riempire questo vuoto. Ha funzionato.

Stiamo facendo questa studio visit a sud di Milano, ma dicevi che andresti a vivere anche più a nord di Porta Venezia, perché? C’è qualcosa di più trendy lì o c’è un’attitudine diversa?

Dopo che l’hanno ricostruita per l’Expo, la Darsena è diventata disgustosa. Devo trasferirmi anche perché qui le case e gli appartamenti sono diventati fottutamente cari e non per forza belli. In più Porta Venezia significherebbe una ventata di aria fresca per me e i cambiamenti fanno bene.

Puoi citare qualche fotografo di riferimento per te o qualcuno/a che tu veramente rispetti per il suo lavoro?

Rispetto tutti quelli che fanno le loro cose, non seguendo i trend, e mantengono la propria identità. Tyrone Lebon sarebbe un buon esempio.

Hai lavorato o collaborato con qualcuno/a in particolare in città e cosa ti piace del suo lavoro?

Rispetto tantissimo un sacco di persone a Milano, gente estremamente dotata: Daniel Sansavini, Francesco Valtolina, Giorgio di Salvo, Lorenzo Senni, Simona Citarella… La lista potrebbe essere davvero lunga, ma raramente lavoriamo insieme. Tutti noi abbiamo un casino di lavoro, visioni del mondo e priorità diverse, background differenti. Poi, come ho detto prima, non è facile collaborare con me, voglio restare incollato alla mia visione delle cose e non sono un grande fan del compromesso.