Interview #66

Riccardo Sala

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).
* Attualmente, Riccardo Sala è di base a Losanna.

Riccardo Sala (Milano,1989) ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano) e attualmente frequenta il master in Arti Visive dell’ECAL (Losanna). Il suo lavoro è stato esposto presso St.James (Como), Residenza La Fornace (Cremona), Chavannes 45 (Losanna), TILE Project Space e Spazio Maiocchi (Milano), ADA Project (Roma), e Gattacornia (Varese). Nel 2017 ha co-fondato Altalena, un progetto multidisciplinare attivo nell’organizzazione di residenze e nella pubblicazione di libri d’artista.

Cominciamo dalle cose più recenti: parlami del tuo ultimo lavoro realizzato.

Si chiama The Sweetest Thing; è una scultura in argilla e metallo. Un piatto fissato a muro attraverso una stecca di metallo piegata. Nel piatto ci sono alcuni frutti di bosco in argilla dipinta.

Me ne parlavi come di un’offerta votiva, giusto?

Può essere visto in tanti modi! Vorrei lasciare che sia il lavoro a parlare di sé.

Quindi non prefiguri uno spettatore ideale, con una reazione ideale, del tuo lavoro?

No, vorrei che la fruizione fosse libera.

In fase di ricerca, sai prevedere le direzioni che prenderà? E quando ti lasci andare alla suggestione del materiale che incontri, ne riesci a individuare le ragioni?

Non so prevedere del tutto la direzione che prenderà un lavoro. Per The Sweetest Thing e Duck Cult (entrambi 2015) è successo tutto in modo piuttosto veloce e istintivo. È una delle prime volte che ho usato l’argilla e mi piace molto. Cerco di mantenere viva una necessità profonda prima di mettermi a lavorare, ma non sono in grado di definire del tutto le ragioni che mi spingono ad iniziare.

Carlo Ginzburg in Miti emblemi spie. Morfologia e storia delinea un metodo storiografico basato sulla ricorrenza di motivi formali nei suoi casi studio. Vediamo così simboli apparire in epoche e culture estremamente diverse. Senti vicino questo pensiero?

Non ho letto quel libro, ma da quello che hai accennato posso dirti che certamente mi interessano le modalità in cui certe immagini persistono nel manifestarsi.

In una nostra conversazione mi facevi giustamente notare che quello di Ginzburg è un metodo non affatto distante da quello di Warburg, esempio forse più pertinente nel contesto del tuo lavoro perché iconografico piuttosto che storiografico. Entrambi i metodi si basano su ricorrenze formali e i loro risultati sono estremamente suggestivi, anche per la loro forza speculativa. Ti interessa, questa esigenza di fare ordine, tracciare un filo logico, fra il caos delle immagini?

Beh, sì! Se non si arriva a dare un ordine certe cose rimangono solo puro potenziale. Nel lavoro, e parlo molto praticamente, ad un certo punto bisogna fare delle scelte, costruire dei percorsi.

Che rapporto hai con quel valore di seduzione che ti attrae nell’immagine? ‘Omeopatico’ (subisci tu stesso il fascino dalla loro potenza e per questo te ne interessi), o più freddo, distaccato e speculativo?

Se vedo qualcosa che mi lascia la possibilità di essere freddo e distaccato non mi interessa granché. Cerco di essere sempre in qualche modo coinvolto in quello che faccio.

E che caratteristiche ha, solitamente, un’immagine, per interessarti?

Non ho degli schemi per definire quando un’immagine mi interessa. Dipende anche da come sto e da cosa sto vivendo. L’ultima volta sono rimasto senza parole di fronte a due dipinti di Balthus alle Scuderie del Quirinale. Per un lungo periodo ho ricercato uno sguardo che rendesse le cose intorno a me sconosciute. Adesso coltivo semplicemente i momenti in cui un’immagine nuova nasce nella mente, lavoro in questo senso.

Fino a che punto la ricerca che percorre sotterraneamente e precede il lavoro, è da considerarne parte?

Questa è una bella domanda. Per proseguire con la ricerca bisogna essere pazienti e sensibili. Credo però che il lavoro abbia totale autonomia, è qualcosa di nuovo e vivo rispetto alla ricerca che lo precede.

Che necessità o preferenze hai in termini di ambiente di cui circondarti nel momento del lavoro? E come si scontrano queste esigenze con la realtà di Milano?

Milano mi piace, sono nato e cresciuto qui e ci sono molti luoghi a cui sono affezionato. Forse mi sposterò altrove ma non ho ancora preso decisioni definitive a riguardo. So che è un po’ un cliché, ma quando lavoro ho bisogno di stare solo. A periodi devo tenere sotto controllo il mio desiderio di isolamento. Anni fa io e un amico avevamo un duo drone-ambient e facevamo questi ritiri al lago o in montagna per produrre, portavamo con noi un piccolo home studio e stavamo da soli per giorni anche dieci-dodici ore al giorno fra ronzii elettrici e campioni di suoni ambientali. Fra i due il musicista era lui, io non sapevo niente di armonia eccetera, credo che per me fosse più che altro un modo per stare lontano dalla città, in un ambiente sospeso. Ho sofferto moltissimo la mancanza di uno studio fisso e stabile e faccio molta fatica a concentrarmi senza un luogo adeguato, mi distraggo in continuazione.