Interview #17

Sabine Delafon

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Sabine Delafon (Grenoble, 1975). Ha esposto il suo lavoro da Benahdj Djilali (Berlino); Musée de l’Elysée (Losanna); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Guarene); Santa Monica Art Center (Barcellona), Castello di Rivara (Rivara), Museo Pecci (Milano); Ex Carcere Sant’Agata (Bergamo); The Art Markets (Milano); Museo Villa Croce (Genova); Mediamatic (Amsterdam); Vkunstfrankfurt (Francoforte); Edisyon (Istanbul); Carrie Haddad Gallery (New York).

Quali simboli hanno caratterizzato il tuo lavoro finora?

Ci sono molti visi, ritratti miei e di tante altre persone, le stelle blu, i cuori rossi, i quadrifogli verdi, scritte (nomi, firme, frasi d’amore) e vetro. Mi piace presentarle in un mondo bianco. Ma potrebbe cambiare.

Ciò che mi ha colpita di più entrando nello studio è Be Careful! La tua serie di assemblage di vetro con formaldeide, luci e strutture cilindriche chimeriche. Come ci sei arrivata e perché non continui questa produzione da sogno?

Questo lavoro parte dalla collezione che facevo da piccola di bocce di vetro ‘boule de neige’. Nel 2000 ho iniziato a costruirne con dei vasi di vetro e bicchieri. Man mano questi assemblaggi di vetro sono diventati sempre più grandi. Il più grande misura più di 2 metri. I miei progetti hanno tempistiche variabili, vivono nel lungo periodo: fototessere di una vita, migliaia e migliaia di quadrifogli, stelle ovunque, firme, scritte e totem di vetro. Come le stagioni, ci sono periodi in cui lavoro più su un progetto che su un altro.

Entrando nel tuo studio si vedono subito Testament e i trittici dei biglietti da visita The End, come funziona la procedura della firma?

Ho iniziato questo progetto nel 2010: chiedo ad altri artisti di firmare il mio biglietto da visita – questa prima tappa si chiama Testament. È un lavoro sul valore della firma dell’artista. Nel 2014 ho iniziato a lavorare a biglietti da visita miei con la firma di un artista morto e questo lavoro si intitola Perfect Lovers. Poi ho rintracciato gli artisti che hanno firmato il mio biglietto da visita per chiedere a loro di realizzare il loro biglietto, che io firmo. Questa terza tappa si chiama Full Circle. Si chiude così il trittico The End. Solo a questo punto il lavoro può essere venduto.

Parliamo della tua serie Fame. Puoi  spiegare come e perché hai scelto questi cartelli come punto di partenza?

Dal 2014 compro ai mendicanti il loro cartello dove dichiarano di avere fame. Credo che la fame sia una condizione umana condivisa: che sia una fame di cibo, di amore, di bellezza, di cultura, di affetto, ognuno ha fame di qualcosa. Come per i biglietti da visita, il segno, la scrittura mi attrae molto. Un abisso tra i due progetti, che come tutti gli opposti in realtà sono molto simili: fare soldi attraverso il proprio segno. Poi si creano legami di causa-effetto e relazioni tra le persone. Per Fame ho creato un circuito economico realizzando dei multipli d’artista: posters, t-shirts e piatti, che si possono trovare su www.iamhungry.it. È un operazione che cerca l’equilibrio possibile tra il dare e l’avere, il giusto, l’etico.

Stars è una serie e anche un tuo libro d’artista a cui abbiamo collaborato per T.A.M. in cui hai chiesto a molti di noi di scrivere dei testi a tema stelle.

Come per tutti miei progetti nei quali coinvolgo altre persone, ho chiesto a chi mi sembra interessante e potenzialmente interessato di scrivere un testo sulle stelle. Stars è un libro aperto, e proprio come non ho inventato la stella blu, il tema delle stelle appartiene a tutti e tendenzialmente potrebbero parlarne a modo proprio.
Non ho inventato la stella blu, me ne sono appropriata, è il simbolo che mi rappresenta: la dipingo sui muri delle città, muri che fotografo per diventare cartoline (supporto che uso anche per un altro progetto postale). Cerchio di stelle blu stampate su uno specchio, in riferimento alla bandiera europea e/o alla corona della Madonna. Stelle blu su delle t-shirt, mezzo che torna spesso nel mio lavoro (con il mio nome o con la riproduzione dei cartelli degli homeless).

Parliamo delle t-shirt Sabine Delafon.

Le prime t-shirt Sabine Delafon risalgono al 2006. Allora era una performance in un container per strada. I passanti erano invitati ad indossare questa t-shirt e farsi fotografare. C’è stata poi una performance nel 2008 ad Amsterdam: era la Sabine Delafon Corporation a indossarle. Le t-shirt sono state fatte da Marios. È sempre emozionante vedere una persona indossare questa t-shirt, non mi ci abituo mai! 

Siamo qui a Milano nord, tra la stazione Centrale e Pasteur. Come ti trovi?

È un quartiere che mi piace. Mi piace la via Ferrante Aporti, lungo e sotto i binari. Mi piace il mercato il venerdì, il Cinema Beltrade di fronte a casa mia è il migliore di Milano. La stamperia Paolo Nava con la quale collaboro spesso, il laboratorio di Stefano Dugnani, e sono felice che diverse gallerie stiano aprendo in questo quartiere. A Milano manca l’acqua, devo andare via spesso per sopportare questa mancanza. Manca il ritrovarsi in casa, qui si esce al ristorante o nei locali invece di ritrovarsi a casa di amici.

La pratica artistica contemporanea può essere percepita come un’esperienza relativamente solitaria, in che modo la tua bimba Napoline fa parte della tua giornata?

Nel 2005 ho sviluppato un lavoro in cui cercavo la mia sosia. L’anno successivo nacque Napoline. Oggi credo che sia lei il mio sosia. Ma questo è molto delicato. La mia vita personale incide molto nel mio lavoro e vice versa.