Interview #2

Gianandrea Poletta

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Gianandrea Poletta (Venezia, 1984) ha studiato allo IUAV (Venezia). Ha esposto il suo lavoro presso Almanac Projects (Londra); Ventura XV e Il Crepaccio (Milano); Barriera, Cripta 747 presso Artissima (Torino); Fondazione Bevilacqua La Masa (Venezia).

Gli oggetti e le forme che rappresenti hanno una presenza fra il virtuale e l’estremamente concreto. È questo “sapore” liminale che cerchi?

Esattamente. Come hai notato tutti questi oggetti intrattengono una relazione di forma immediata con il loro referente; voglio dire: li guardi e riconosci cosa sono, anche se in quello stesso momento, ti accorgi che sono artificiali. Ad esempio Sunset è un lavoro di alcuni anni fa; in quel periodo un periodo in cui ho eliminato ogni retorica dalle mie opere, senza riferimenti formali, filosofici, e nemmeno artistici. C’era un sentimento di rottura con un ‘sistema’ percepito come disfunzionale, e io (come altri) abbiamo cercato il centro della nostra ricerca in noi stessi, nella nostra vita di tutti i giorni. A partire da questo ho cominciato a realizzare questi oggetti liminali. Non mi interessa però realizzare delle copie che ingannano lo sguardo, ma realizzare dei prototipi, ovvero forme originarie che stanno dietro all’esperienza sensibile di questo o di quell’oggetto specifico. Mi interessa l’oggetto quotidiano (e l’esperienza annessa) ma voglio sganciarlo dal materialismo delle cose in cui si celebra in maniera acritica l’esistente.

Mi sembra di capire che anche l’idea di ‘icona’, oltre a quella di ‘vettore’, siano presenti nel tuo lavoro. Come si manifestano?

Quando parlo di icone faccio riferimento sia all’icona religiosa che a quella che abita gli schermi dei nostri dispositivi di comunicazione. Seppure distanti, le due tipologie di icone sono assimilabili tra loro per lo stesso motivo per cui ha senso collegare entrambe all’idea di vettore. Ci sono numerose analogie: ad esempio, è facile notare che nell’icona i caratteri dei santi sono costanti nei secoli e nelle varie aree geografiche. Forse non tutti sanno però che questa canonizzazione deriva dal fatto che si suppone sia esistito da qualche parte un prototipo originale in cui i tratti del santo sono stati disegnati a partire dall’osservazione dal vivo. Per questo motivo, attenersi alle informazioni fornite da altre icone (dati riguardanti le proporzioni e le forme) è indispensabile per la riproduzione dell’immagine; inoltre, i tratti che la compongono sono stati semplificati proprio per permettere la sua riproducibilità. Il disegno vettoriale funziona in maniera simile, i dati che daranno forma all’immagine sono scritti in un file e aspettano di essere visualizzati da un programma. Sono una lista di istruzioni in attesa di un esecutore che le metta in opera (potenzialmente un numero infinito di volte).

Stai riversando l’interesse per alcuni dei sistemi di pensiero al quale ti sei avvicinato anche in progetti come ‘Momentum’. Me ne parli?

Sì, Momentum è un progetto nato qualche anno fa da una discussione con Bianca Stoppani, pensato per sviluppare ed articolare pensiero intorno all’opera d’arte e alla sua funzione in questo specifico momento storico. Eravamo risoluti nel realizzare un progetto che facesse crescere del contenuto, che creasse una comunità, che impattasse la realtà. Il primo numero di Momentum fu frutto di un lavoro collettivo al quale hanno partecipato Alessandro Agudio, Mara Cassiani, Andrea De Stefani, Michele D’Aurizio, Massimo Grimaldi, Sam Korman, Andrea Magnani ed Andrew Norman Wilson, accomunati da un’attenzione alla realtà piuttosto puntuale e allo stesso tempo una tensione speculativa che cerca qualcosa al di là delle apparenze sensibili. In questo senso c’è una differenza abbastanza forte dalla recente filosofia continentale dell’object-oriented ontology. Mi piace definire questa tensione speculativa interiore come ‘spirituale’ perché riguarda uno spazio intangibile e inafferrabile anche se allo stesso tempo ha degli aspetti pragmatici legati ad esempio alla realizzazione personale o, come si dice in inglese, alla self-actualization.

In che modo la città (Milano), il momento (gennaio 2016), e lo spazio discorsivo che hai scelto (l’arte) possono facilitare o ostacolare la dimensione collaborativa? E in che modo?

Premetto che vivo qui da poco, quindi potrei non cogliere alcune sfumature che ad altri sono molto più evidenti. A Milano è presente un’interessante dimensione collettiva, anche se spesso questa non si manifesta apertamente. È come se il mito dell’individualismo della città moderna fosse cementificato al di sopra di uno strato liquido e molto umano fatta di rapporti profondi, quasi familiari che – per il loro carattere privato – vengono tenuti in secondo piano. Io, da quando sono qui, ho inevitabilmente finito per costruire la mia rete di rapporti sulla base dei miei valori e delle mie idee, ed ho cercato dei modi per far sì che le mie relazioni fossero proficue di pensieri comuni che contribuiscano al discorso dell’arte.