Interview #30

Anna Franceschini

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Anna Franceschini (Pavia, 1979) ha studiato presso IULM (Milano) e Scuola Civica di Cinema (Milano) ed è dottoranda in Visual e Media Studies presso l’Università IULM di Milano. Il suo lavoro è stato esposto presso numerosi festival e istituzioni, tra i quali: Gamec (Bergamo), Museion (Bolzano), Spike Island (Bristol), Kunstverein Düsseldorf (Düsseldorf), Courtisane (Ghent), BFI e Fiorucci Art Trust (Londra), Matadero (Madrid), MFF e PAC (Milano), Institut Culturel Italien (Parigi), MAXXI e Quadriennale (Roma), IFFR (Rotterdam), Kunsthalle Sao Paulo (San Paolo), Locarno Film Festival, TIFF, GAM e Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Torino), CAC (Vilnius).

Mi racconti della tua formazione, in relazione alla scelta – o all’esito di circostanze – di iscrivere il tuo lavoro anche nello spazio discorsivo delle arti visive oltre a quello del cinematografico?

Si tratta dell’esito di circostanze, di fruttuose digressioni, piacevoli detour. Mi sono laureata in Storia e Critica del Cinema Italiano con una tesi riguardante i rapporti, iconografici e filosofici , tra l’immagine e il sacro, soprattutto nel cinema narrativo. Mentre scrivevo la tesi ho frequentato un corso serale di filmmaking presso le Scuole Civiche di Milano. Il video che ho realizzato come saggio di diploma, Polistirene (2007), è andato molto bene nel circuito festivaliero europeo. Questo mi ha dato fiducia. Al tempo desideravo lasciare, temporaneamente, Milano e l’Italia. Su suggerimento di un’amica ho applicato per la Rijksakademie van beeldende kunsten ad Amsterdam, una residenza per artisti che dura due anni, e sono stata accettata. Da allora ho cominciato a ripensare al mio lavoro, a intenderlo anche in relazione allo spazio espositivo, a espandere il concetto di montaggio a un’intera mostra o a un ciclo di opere. L’arte contemporanea ha accettato la mia pratica e me come soggetto. Mi sono sentita bene, con alti e bassi, naturalmente, e ho continuato.

Nel tuo lavoro filmico, al centro della scena e del tuo sguardo, sono spesso oggetti. Ti interessano in quanto frutto di una ricerca sistematica su una particolare categoria estetica?

Credo mi interessino entrambi gli aspetti, insieme ad altri, come l’ontologia degli oggetti e la loro relazione con gli umani. Non parlerei di fascinazione. la constatazione di un grande potere insito negli oggetti, nei manufatti. Un potere che può essere più o meno esplicito. Le società sciamaniche e con una forte componente simbolica manifesta sono molto consapevoli del potere degli oggetti. Il mondo occidentale ha perso questa consapevolezza e corre dei rischi. Basti pensare al determinismo tecnologico di ritorno, alle macchine intelligenti produttrici di desiderio. Mi interessa riflettere su attraverso le immagini e non le parole, preferibilmente.

Ti interessa esaurire il soggetto della tua visione, filmandolo o possedendolo? A proposito: mantieni una pratica di collezione?

È una domanda interessante. Il termine possessione, ha diverse valenze. A volte temo che gli oggetti mi possiedano e il filmarli si trasforma in una pratica difensiva, una membrana, tra me e le cose, che offre un punto di vista privilegiato, uno spazio di manovra. Non credo di riuscire ad esaurire alcun oggetto, piuttosto, si tratta di un corpo a corpo per non esserne esaurita! Pratico un collezionismo, in effetti. Ma cerco di non eccedere. E tengo le collezioni nascoste allo sguardo, così sono meno pericolose.

Mettendo in atto un’animazione di oggetti inanimati e privando le macchine della loro vitalità (come in The Player May not Change His Position) sembri avvicinarti ad artisti ed autori che hanno trattato il tema del perturbante, che ha una precisa storia teorica ed estetica. Eppure il tuo discorso sembra avvicinarsi più a una riflessione sul dispositivo cinematografico in sé…

Il ‘dispositivo’ cinematografico è perturbante in sé. Basti pensare ai primi film dei Lumière e ai loro effetti sul pubblico, per citare un esempio molto noto. E il cinema, inteso come macchina, è la ri-animazione dell’inanimato, un perpetuo movimento coatto di corpi senza vita. Più che togliere vitalità alle macchine, credo di cercare di insufflargliela in ogni modo. A volte mi sento più un meccanico che un’artista. O un medico che si occupa di bio-meccanica, un rianimatore all’obitorio.

Mi parli della tua collaborazione ricorrente con Federico Chiari e Diego Marcon, e delle relazioni fondamentali, quelle a cui non rinunceresti, che hai intessuto in questa città?

Diego e Federico sono due artisti e due amici con cui sono cresciuta, umanamente e professionalmente. Ci conosciamo da quasi dieci anni, siamo stati molto vicini, ci siamo persi di vista per lungo tempo, ci siamo riavvicinati. Abbiamo fondato un collettivo, lo abbiamo sciolto, lo abbiamo riesumato. Abbiamo girato un film collettivo, Pattini d’argento, abbiamo concepito una performance audiovisiva, Videogiochi, l’abbiamo portata in tour, ci siamo divertiti molto insieme, abbiamo litigato un sacco di volte, abbiamo condiviso ansie del vivere, traumi infantili, post-adolescenza, molti film e molta musica. Un’altra relazione per me irrinunciabile è quella che ho instaurato con il circuito del cinema indipendente, Filmmaker Festival, conalcuni critici e curatori, come Daniela Persico e Luca Mosso, e il Milano Film Festival cui mi sono avvicinata grazie a Davide Giannella. Il primo incontro con l’arte contemporanea locale, il centro no profit ViaFarini, si incarna nel primo studio visit milanese con Milovan Farronato. Ho conosciuto più avanti i protagonisti e le protagoniste dell’arte contemporanea milanese, sto intessendo legami molto stretti con alcuni di loro. Ho poi una fortissima relazione con la città stessa, le sue abitudini, l’architettura, il tessuto sociale. Ho abitato in dieci case diverse, in dieci zone diverse. Mi sono trasferita qui per studiare a ventidue anni. Ho lasciato Milano molte volte pensando di non tornarci più. Ma è l’unico luogo dove la solitudine non mi pesa.