Interview #31

Parasite 2.0

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).
* Attualmente, Parasite 2.0 è di base tra Bruxelles e Milano.

Parasite 2.0 (Stefano Colombo, Eugenio Cosentino, Luca Marullo) è uno studio di ricerca, architettura e design fondato nel 2010 e con base tra Bruxelles e Milano. Le loro ricerche ed i loro progetti sono stati esposti presso Kaaitheater, Damien and The Love Guru (Bruxelles), MAMbo (Bologna), Foundation (Los Angeles), Marres (Maastricht), Terraforma Festival (Milano), domesti.city (New York), MAXXI (Roma), Shenzen Architecture Biennale (Shenzen), OGR Officine Grandi Riparazioni (Torino), XX Chilean Architecture Biennale (Valparaiso), La Biennale di Venezia (Venezia).

Com’è nato il collettivo Parasite 2.0?

Nasce nel 2010 in risposta ad un forte accademismo universitario. Percepivamo una totale mancanza di attenzione rispetto alla difficile condizione economica, politica e sociale di quegli anni. La nascita di parasite è stata una reazione. Venivamo educati all’ordine e alla sublime perfezione architettonica. Noi invece vi opponevamo il concetto di parassita. Di corpo estraneo. Abbiamo deciso di concentrarci sullo studio dell’habitat umano e sugli effetti collaterali della pianificazione e dei suoi imprescindibili legami con le egemonie di potere: era un modo per comprendere l’uomo stesso.

E perché 2.0?

Elemento che in quegli anni ci imponeva un ragionamento era la perdita dei limiti tra reale e virtuale, nel momento in cui internet nella sua versione 2.0 entrava in maniera prepotente nelle nostre vite. Da qui il suffisso.

Avete iniziato a lavorare nel periodo in cui la crisi finanziaria ha decretato il fallimento del sistema capitalistico ed è stato proposto il riconoscimento dell’Antropocene nella scala dei tempi geologici. Questi eventi sono legati a temi fondanti della vostra ricerca, esatto?

Sì. Il nostro lavoro guarda comunque a tutte le manifestazioni di conflitto, contrasto, destabilizzazione e crisi. La parola crisi deriva dal greco e vuol dire prendere una decisione e l’architetto, in quanto figura costretta dal processo di progettazione a prendere decisioni, può essere considerato in una continua crisi, nell’era del definitivo impatto umano sul pianeta. Bisogna rivedere necessariamente i fondamenti dell’antropizzazione e di ciò che definiamo civilizzazione. Crediamo che la pratica vada affrontata in maniera etica e critica, quindi indubbiamente politica ed ideologica.

Il vostro metodo di ricerca e sperimentazione è caratterizzato dall’uso di moltissimi strumenti, poi traslati nella produzione di installazioni, piattaforme e testi, organizzazione di performance ed eventi…

Per affrontare la complessità del contemporaneo non è sufficiente un’unica forma di linguaggio. Hito Steyerl, che porta avanti una ricerca senza limiti di strumenti che studiamo molto, dice che il museo é un campo di battaglia. Crediamo che un nostro progetto debba produrre conoscenza, dibattito e conflitto in molti modi diversi. Per noi è il progetto stesso un campo di battaglia. Abbiamo lavorato su questo tipo di approccio per la prima volta in Viafarini e lo stiamo portando avanti in altre occasioni, dove dal dibattito nascono opere, installazioni, piattaforme online e libri.

Ciò che fate ha sfondo politico e didattico, ben lontano da un approccio creativo inteso come pratica autoriale fine a sé.

Non ci preoccupiamo se la nostra formazione non é quella di un curatore, pittore o scultore. Oggi l’autorialità è stata distrutta, da tutorial su Youtube. Quando iniziamo un progetto la prima cosa é leggere molto e informarci per poi rielaborare una nostra visione critica. Non tolleriamo un approccio ‘autoriale fine a sé stesso’. Oggi anche i topic culturali sono moda. Vengono consumati come modelli di sneakers. Pensiamo alle influenze che l‘internet ‘of things’ ha avuto in anni recenti sull’arte. Quanti si sono preoccupati di comprenderlo davvero? Chi ha riflettuto sul diverso modo di fruire delle informazioni nell’era di internet e nella sua conseguente produzione culturale, delle egemonie di potere che se ne stanno appropriando? Otteniamo solo estetiche figlie del loro tempo. Si fa poca ricerca. Piuttosto si fa stupido presenzialismo. Il mondo dell’arte e della cultura assomigliano sempre più allo star system.

Il vostro settore primario rimane comunque l’architettura, e per diversi anni avete base a Milano; come avete vissuto questa città?

L’abbiamo vissuta molto lavorando. Non giravamo molto. Non siamo i tipi che non si perdono l’evento, l’opening e le sue pubbliche relazioni sorridenti e con pacche sulla spalla. Quando abbiamo del tempo libero ci rilassiamo. Il tempo libero oggi è sicuramente la più grande ricchezza e rarità, in un’era dove il lavoro pervade la vita. Per noi, nel concetto di lavoro, non é compreso lo strutturare relazioni strumentali. Di Milano e delle realtà che la popolano abbiamo apprezzato molto l’energia e l’alto numero di connessioni che consente.

Avete infatti avuto occasione di collaborare con diverse realtà milanesi, come Viafarini, Tile Project Space, Wired Next Fest, Fabbrica del Vapore e SPRINT…

Quando nel 2010 davamo vita a Parasite avevamo 21 anni. Non potevamo pensare di essere subito accettati dal dibattito artistico/architettonico. Ma non ci ponevamo il problema. Ci divertivamo. Abbiamo però lavorato sodo per portare la nostra ricerca ad un certo grado di coscienza. Dopo la prima Biennale di Venezia nel 2012, il nostro lavoro é stato considerato più maturo. In realtà non era cambiato molto. Spesso si giudica l’apparenza. Raramente si guarda alla sostanza. Ci sono sicuramente delle persone incontrate a Milano (oggi nostri veri e proprio amici) che sono state fondamentali. Primo tra tutti l’architetto e fotografo Antonio Ottomanelli, che può essere considerato il nostro maestro.