Interview #64

Diego Gualandris

* Il testo che segue è l’edit di un’intervista del 2016. La versione integrale è stata pubblicata in PANORAMA (DIORAMA editions).

Diego Gualandris (Alzano Lombardo, 1993) ha studiato presso Accademia di Belle Arti di Brera (Milano) e Accademia di Belle Arti G.Carrara (Bergamo). Il suo lavoro è stato esposto Fondazione Baruchello e ADA project (Roma), Tile Project Space, Current e Mercatino Via Zuretti (Milano), Maccagno (Varese).

Ho conosciuto il tuo lavoro alla mostra Vorrei non vederti oggi per vederti tutti gli altri giorni, a settembre 2015, nel mercatino di via Zuretti. Era un dipinto dalla serie U.a.M. (2015 – ongoing) e aveva una potenza suggestiva straordinaria. Mi racconti di com’è nata questa serie?

Ho scoperto quasi per caso un sito che vende oggetti magici, candele antropomorfe, kit per rituali propiziatori. Mi sono innamorato delle immagini promozionali di questi prodotti che già in sé avevano una forza estetica sconvolgente. Gli oggetti pubblicizzati erano ritagliati in una cornice che li impreziosiva e che voleva restituire in modo inconsapevole e un po’ trash la qualità sovrannaturale del prodotto. Quindi ho scelto un’immagine attorno alla quale costruire una sorta di mito attraverso una serie di dipinti, presentandola in ogni pezzo stravolta e mutilata. All’inizio avevo solo la necessità di confrontarmi con queste immagini; la costruzione di pensiero attorno al lavoro si è creata nel tempo, e la sua conformazione si è man mano definita. All’inizio c’erano degli elementi che mi interessavano e che volevo coesistessero; mi sono reso conto che tutti erano tra loro equivalenti, nel senso che non c’era un pensiero del lavoro ma un’orizzontalità di valori.

Tra le funzioni che ha avuto l’arte, per lo meno nella sua storia occidentale, c’è stata quella di stimolare lo spaesamento da senso della meraviglia, seguita da una funzione allegorica e informativa, più testuale. A te sembra interessare maggiormente la prima: gli aspetti più legati alla persuasione. Che ruolo gioca nel tuo lavoro? È utilizzata come strumento ai tuoi fini o problematizzata, messa in critica?

La persuasione, ma ancor più la suggestione e l’autosuggestione. mi interessano in quanto processi di creazione di senso a partire dalla volontà di credere, o di portare a credere, ad una dottrina spirituale, a una vision aziendale, a un modo di vedere le cose e costruire sé stessi. Ultimamente sono molto affascinato da sistemi come il network marketing, che sfruttano tali modalità e che si presentano in veste di riformatori dello spirito; sto pensando alla vision di Herbalife: “cambiare la vita delle persone”, che ho visto scritta su un manifesto durante uno degli incontri di formazione a cui ho assistito. L’esplicita promessa di una redenzione mi ha portato a leggerla come l’evangelizzazione pagana del sogno di un brand.

Come hanno trovato spazio questi temi hanno trovato spazio nella tua ricerca?

Le aziende che utilizzano il sistema di network marketing o di vendita diretta partono dal presupposto che chiunque possa fare carriera in tale ambito, senza avere qualificazioni pregresse, diventando un imprenditore autonomo che può gestire quasi a suo piacere la rivendita dei prodotti. Ciò fa sì che le aziende organizzino continui incontri formativi e motivazionali, lettura di manuali o libri dedicati in cui vengono narrate vicende di grandi imprenditori del passato, o tuttora viventi, ritratti in maniera quasi mitologica, come P.T. Barnum, Napoleon Hill o Donald Trump. A partire da questo materiale ho sviluppato una serie di lavori; da un lato finalizzati a tradurre aspetti e contenuti di questi testi in narrazioni visive motivazionali, iconiche e formative, dall’altro il loro inserimento in uno spazio dedicato all’arte le ha rese quasi un’astrazione formale.

Hai incontrato resistenze, ‘infiltrandoti’ in questo mondo?

Mi è capitato di fare delle interviste in cui l’interlocutore, che poteva essere un semplice rivenditore o un amministratore d’azienda, si sentisse a disagio nel momento in cui ponevo domande in cui risultavano presenti le parole ‘capitalismo’ o ‘religione’; l’ho intuito notando i gesti di stizza decisamente evidenti o pseudo risposte tipo “Ma cosa vuol dire capitalismo? È un discorso velleitario!”. Ed è stato po’ ingenuo da parte mia cercare di discutere degli aspetti religiosi di un’azienda con il responsabile alle risorse umane di Amway, considerando che la stessa Amway ha avuto – ed ha tuttora – numerosi problemi legali in molti paesi, a causa della sua incerta natura piramidale e del sospetto abbastanza diffuso che si tratti di una setta, se non di un vero e proprio gruppo religioso. Infatti viene spesso definita “Scientology, ma con le saponette”.

Esiste un motivo che risiede nella tua formazione, nella tua biografia, della fascinazione rispetto ai temi ricorrenti nella tua ricerca?

Da piccolo mi sarebbe piaciuto diventare un sacerdote. Sono cresciuto in una famiglia molto religiosa e ho iniziato a coltivare un senso della sacralità che ho rivalutato, in seguito al mio allontanamento da ogni dottrina, nel corso della mia ricerca artistica. A nove anni appena, fatta la prima comunione, ho deciso di trafugare una particola per permettere a mio fratello di sei anni di compiere il sacramento in anticipo. Ripensandoci si è trattato di una profanazione, o forse è stata una profanazione sacra.